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Perché le arti marziali, come la Mindfulness, per essere comprese devono essere praticate

di Stefano Aranginu

Il mio primo contatto con le arti marziali è avvenuto nel 2003, quando avevo 17 anni. Una scuola vicino alla mia aveva avviato un corso con un maestro di spada giapponese.

Fin da giovane ho sempre subito il fascino delle arti marziali, ma non avevo mai avuto modo di praticarle, in alcun modo. Ricordo che, nella piccola biblioteca del paesino dal quale provengo, il libro che più in assoluto avevo preso in prestito era un volume che parlava per immagini di diverse arti marziali orientali, in particolare quelle giapponesi.

Quando ebbi modo di impugnare il mio primo bokken (la spada di legno tradizionale che simula la katana), mi resi conto che non avrei voluto fare altro nella vita.

Ora che sono passati un po’ di anni da quando ho iniziato, e dopo essere entrato in contatto con svariate arti marziali e sport da combattimento, in un senso inaspettatamente positivo ho ridimensionato totalmente l’idea di arte marziale, e di tutti quei concetti romantici che avevo in testa, ma che in un certo senso mi allontanavano da ciò che è l’essenza della pratica marziale.

Se nei primi anni ero affascinato da una certa visione, ovvero dal pensare di essere come un samurai del Giappone medievale, dal codice del bushido eccetera, con gli anni ho “distrutto” questo concetto a vantaggio di un altro, più cinico forse, ma che mi nutre molto più: l’arte marziale è una pratica, e come tale va intesa. 

Esistono migliaia di libri che parlano della ‘filosofia’ delle arti marziali, in particolare di quelle giapponesi. Molto spesso queste non sono altro che mistificazioni, idealizzazioni o visioni distorte di ciò che è. Un po’ siamo noi occidentali ossessionati con il dover concettualizzare tutto; un po’ sono stati i giapponesi che, divulgando il loro patrimonio marziale, sopratutto a partire dagli anni ’70, hanno dato agli americani e a noi europei semplicemente ciò che volevamo prendere. E loro hanno accettato di buon cuore i nostri soldi. Il business è pur sempre business, anche per molti maestri di arti marziali.

Il punto però è un altro, ed è un dato storico e fattuale – forse l’unico essenziale -, da tenere ben a mente: le arti marziali, come tutte le arti belliche, nascono per uccidere o neutralizzare un nemico. Non si può sfuggire da questo dato. Non si può pensare che fosse qualcosa di diverso. I campi di battaglia erano luoghi atroci e brutali, dove il codice d’onore non esisteva. Non c’è bellezza nel tagliare con una lama affilata un nemico, o nel rompergli il naso con un pugno ben assestato.

Naturalmente non ignoro il fatto che ci sia stata un’evoluzione, e che le arti marziali hanno trovato una loro strada attraverso codici che le hanno rese ancora praticabili, pur senza il loro scopo primario, come nel caso dell’aikido o di evoluzioni in ambito sportivo, come il judo, il kendo, il kudo, o di tante altre ancora.

Detto questo, anche per questo tipo di discipline resta un punto, a mio avviso ineluttabile: le arti marziali vanno praticate. Non studiate. Non concettualizzate. Ma praticate. E fare questo significa metterci sudore, e tanto corpo. Non è una cosa complessa, ma ad un certo punto, paradossalmente, diventa difficile capirlo, o accettarlo. Bisogna stare lì. Accettare quel ‘stare’. Cento pugni. Mille pugni. Diecimila pugni. Sempre portati allo stesso modo. Tutti i giorni. È il fisico, prima di tutto, quello che bisogna condizionare. Non è che la mente segue: fisico e mente sono la stessa cosa. Se si forgia uno, si forgia l’altro. Se il corpo impara a gestire il dolore, significa che la mente contemporaneamente sta imparando a farlo.

A livelli avanzati, poi, si dice che il praticante debba “distruggere” tutto quello che ha imparato. La tecnica efficace è la non-tecnica, perché non comprensibile da parte dell’avversario che la osserva. Quella che viene chiamata ‘naturalezza’, ovvero ‘zanshin’, è ciò che un praticante dovrebbe applicare sempre. Ma ecco qui il trabocchetto: ci siamo già persi, senza accorgercene, all’interno di un concetto. Ed è qui che ci impantaniamo o, nel peggiore dei casi, ci accontentiamo. Ma proprio come la Mindfulness non può essere spiegata con le parole (se non a grandi linee), ma va ‘sentita’ con il corpo, così vale anche per le arti marziali: senza pratica non sono niente. I concetti, i vari codici morali di cui ogni tanto possiamo sentire parlare non valgono quanto quello stare lì, per sentire e vivere la tecnica, fosse anche un pugno che ci prendiamo in faccia. Perché la verità pensiamo che sia un concetto ben definito e chiaro, appunto, fino a quando un calcio ben assestato non ci toglie il fiato e ci fa piegare a terra. E allora le cose cambiano, e capiamo che la verità è nella pratica costante, nei nostri limiti, nel nostro corpo, nel nostro sudore. Senza giudizio. Senza fallimenti o vittorie.

Per il mio modo di vivere le arti marziali quotidianamentei, la verità è quella: nella pratica, nel mio corpo che non ce la fa più; negli acciacchi che tardano a guarire perché non ho più vent’anni; nella mia ostinazione a stare lì, in guardia, pronto a ricevere, a dare comunque tutto quello che posso dare (che non è molto, ma va bene così). Senza vittoria e senza sconfitta. Non esiste lo scopo, esiste solo il percorso.

Questa verità, mi sono reso conto, non è complicata, anzi: è piuttosto semplice da capire. È solo difficile da accettare.

L’AUTORE DI QUESTO ARTICOLO: STEFANO ARANGINU

Stefano Aranginu è laureato in Filosofia e lavora nel campo della comunicazione, occupandosi in particolare di branding e storytelling. Ha pubblicato opere di narrativa e racconti. Ha collaborato con varie riviste online, trattando tematiche filosofiche e di critica letteraria. Pratica arti marziali da oltre venti anni