Una delle frasi che sento più spesso durante un percorso di mindfulness suona più o meno così:
“Non so se stia succedendo qualcosa.”
A volte viene formulata in modo diverso: “Non riesco a capire se sto imparando.” “Mi sembra di non fare progressi.” “Mi siedo, respiro, mi distraggo, torno al respiro. Tutto qui.”
Capisco bene questa sensazione. L’ho avuta anch’io e, per essere onesto, a volte ce l’ho ancora.
Viviamo in un mondo che ci ha insegnato a vedere il cambiamento solo quando fa scintille. Una promozione, un record personale, un certificato da incorniciare. Basta afferrare il telefono e lasciarsi travolgere dalla valanga di contenuti: l’acquisto tanto desiderato, il traguardo estetico, una storia d’amore che nasce o si spegne. Siamo maestri e maestre nel riconoscere gli eventi. Abbiamo un radar infallibile per tutto ciò che fa rumore, che si può immortalare e raccontare con orgoglio a cena.
Molto meno sappiamo riconoscere le trasformazioni.
Perché le trasformazioni, quasi sempre, si muovono in silenzio. Spesso hanno il volto di ciò che non è successo. Una risposta tagliente rimasta sulle labbra. Una discussione lasciata spegnere, anche se la miccia era pronta. Una preoccupazione che, per una volta, non ci ha trascinato via per ore. Un momento di tristezza attraversato senza la solita fretta di aggiustarlo, spiegarlo, sistemarlo prima che cali la sera.
Niente di spettacolare. Nessun applauso. Nessun attestato per “oggi sono rimasto in silenzio”. Un attimo di consapevolezza non farà mai il giro del web.
Eppure qualcosa è cambiato.
La mindfulness, non ci stancheremo di dirlo, non ci promette esperienze straordinarie. Non promette serenità permanente, e diffidate parecchio da chi ve la vende così. Non promette nemmeno di diventare una versione migliore di voi stessi, qualunque cosa voglia dire “migliore” quando lo definisce il marketing.
Ci regala qualcosa di più semplice. E, in fondo, più rivoluzionario: la possibilità di ascoltare la nostra vita mentre si svela. Non dopo, non nel riassunto serale già filtrato e con la morale pronta. Ma proprio mentre accade, con tutto il sottofondo ancora acceso.
E qui arrivo al punto che mi interessa davvero: quello attorno a cui ruota tutto il resto.
Chi ascolta la nostra esperienza quando noi non la ascoltiamo?
Perché qualcuno o qualcosa, in quelle ore, la riempie comunque. Ascoltiamo podcast mentre camminiamo, anche quando il corpo avrebbe solo bisogno di camminare. Ascoltiamo notizie: spesso le stesse tre notizie, ripetute con tagli diversi, come se la ripetizione fosse informazione. Ascoltiamo opinioni: le nostre, quelle altrui, quelle che ci confermano di avere ragione, le preferite di tutti. Ascoltiamo notifiche che, tecnicamente, non dicono nulla, ma che riusciamo comunque a far diventare urgentissime.
Passiamo ore a tenere le orecchie aperte verso l’esterno. E pochissimi minuti, a volte zero, ad ascoltare davvero ciò che accade dentro. Quando lo facciamo, spesso è per “risolverlo” al più presto. Quanto spesso ci concediamo un incontro con ciò che vive in noi che non sia per sistemare o per capire “cosa significa”. Solo per sapere che c’è.
È curioso, a pensarci bene. Forse siamo le sole creature capaci di ignorare la propria esperienza interiore per ore e chiamarlo normalità. O addirittura efficienza.
La pratica, allora, forse non serve a produrre nulla. Non aggiunge una competenza, né costruisce un nuovo “io” più efficiente e meno fragile. Forse serve a non perdere qualcosa che già abbiamo, e che perdiamo per distrazione, non per cattiveria.
Una relazione con la nostra esperienza. Una relazione con la nostra vita.
Tutto qui.
E, a ben vedere, è tantissimo.
Se in queste settimane che ci aspettano vi sembra che non stia accadendo nulla, vi capisco. E vi chiedo solo una cosa. Guardate meglio.
Non i grandi eventi. Quello che non è successo.
La discussione che non avete alimentato, la preoccupazione che non vi ha trascinato via. Il respiro a cui siete tornati e tornate senza farne una storia.
In questa pratica il cambiamento spesso lascia tracce minuscole. Quasi invisibili. Eppure, a volte, una vita cambia proprio così. Non necessariamente attraverso una rivoluzione. Ma attraverso una diversa qualità di attenzione.
A volte le cose più preziose crescono nel silenzio. E il silenzio, lo sappiamo, è la voce più difficile da inserire in un curriculum.
