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Si cammina attraverso il palmeto dell’oasi di Béni Abbès, nel cuore del Grande Erg Occidentale algerino. Si arriva con le scarpe piene di sabbia ocra, sotto un sole che cuoce la pelle e fa evaporare l’inutile.
Davanti al muro di cinta di argilla c’è una porta di legno del colore della terra bruciata. Sopra, un bigliettino di carta scritto con un pennarello verde e tenuto fermo da due strisce di nastro adesivo.

“marḥaba مرحبا
Per le visite chiamare Padre Hubert al numero…”

Qualche minuto dopo arriva un uomo, apre la porta e ci fa entrare. Ha la barba bianca e ben curata, gli occhi azzurri, limpidi e sornioni dietro un paio di occhiali dalla montatura leggera, e indossa una gandoura, l’ampia tunica chiara.
Dietro il muro non c’è quasi niente. Terra, argilla, tronchi di palma e due ulivi. Sabbia.
Siamo di fronte a un eremo che è allo stesso tempo una sorta di cattedrale nel deserto.
Più di centovent’anni fa Charles de Foucauld decise di costruire qui un eremo e una fraternità. Si fece aiutare da persone del posto e da alcuni militari francesi per tirare su una chiesa talmente povera che qualcuno scrisse che sarebbero bastati due giorni di pioggia per scioglierla.
Una navata di terra e legno, quattro tronchi di palma a sorreggere il tetto e incorniciare l’altare, e alcuni dipinti realizzati dallo stesso de Foucauld. La minuscola chiesa ha dieci centimetri di sabbia rosa al posto del pavimento.
La sabbia dentro una chiesa.
Una chiesa dentro la sabbia.

Eppure Charles de Foucauld non nasce esattamente con una vocazione per il poco.
Nasce nel 1858 in una famiglia aristocratica francese, eredita molto denaro ancora giovane e per qualche anno sembra impegnarsi con una certa determinazione a spenderlo. Entra nell’esercito, conduce una vita irrequieta, insofferente alla disciplina, fatta anche di feste e piaceri.
Non è ancora il mistico del Sahara delle fotografie in bianco e nero. È un giovane ricco, inquieto e piuttosto difficile da contenere. Poi comincia a togliere. Prima, però, viaggia.
Nel 1883 entra in Marocco, allora in gran parte precluso agli europei, travestito da ebreo e accompagnato dal rabbino Mordecai Aby Serour. Percorre migliaia di chilometri, prende appunti, misura, disegna mappe. Il viaggio diventerà Reconnaissance au Maroc e gli farà guadagnare la medaglia d’oro della Société de Géographie di Parigi.
È ancora un esploratore europeo dell’Ottocento, e sarebbe ingenuo dimenticare il mondo coloniale dentro cui si muove. Ma in quel viaggio succede anche qualcosa di meno facile da cartografare. Foucauld incontra persone la cui fede sembra avere un peso concreto nella vita quotidiana. Rimane colpito dall’Islam, dalla preghiera, dalla presenza di Dio dentro i gesti ordinari.
Qualche anno dopo, a Parigi, entra in una chiesa e incontra l’abbé Henri Huvelin. Gli dice che non crede e vuole parlare di religione. Huvelin, invece di discutere con lui, gli chiede di confessarsi. Da lì comincia una traiettoria piuttosto strana.
Monaco trappista. Nazareth. Sacerdote. Sahara.
A ogni passaggio sembra esserci qualcosa in meno: meno denaro, meno proprietà, meno status.
Meno distanza dagli altri, in fondo.
Fino ad arrivare qui. E poi proseguire più a sud, nell’Hoggar, dove arriverà a dedicare anni allo studio della lingua e della cultura tuareg e alla compilazione di un enorme dizionario tuareg-francese, ma questo è un altro capitolo.

Torniamo qui: argilla, tronchi di palma, sabbia, dicevamo.
Siamo abituati a pensare alla spiritualità come a qualcosa da aggiungere: una conoscenza, una pratica, un rituale, magari persino una nuova identità.
Foucauld sembra suggerire il movimento opposto. Cosa rimane quando cominciamo a togliere?
Continuerà a farlo anche più a sud, tra i Tuareg dell’Hoggar. Anche la sua immagine, col tempo, cambia: nelle ultime fotografie non compaiono più alcuni dei simboli religiosi che aveva portato sull’abito. Non smetterà mai di essere cristiano (anzi, la sua fede diventerà sempre più profonda), ma cambierà il modo di pensarne la presenza nel mondo.
Meno predicare. Più abitare.
Vuole che la sua casa sia una casa in cui chiunque possa entrare. Cristiani, musulmani, ebrei. Poveri, soldati, viaggiatori, schiavi. Vuole che tutti si abituino a considerarlo «il fratello universale».
Quella casa diventa Khaoua: la Fraternità.
Potrebbe sembrare piccola la differenza tra missione e fraternità, ma non lo è affatto.
Significa provare a incontrare qualcuno prima di chiedergli di diventare qualcosa. Significa che la propria fede, se ha qualcosa da dire, deve riuscire a dirlo anche senza occupare tutto lo spazio.
A Béni Abbès questa idea diventa presto molto concreta. Foucauld incontra poveri, malati e schiavi. Ne riscatta e libera alcuni, e prende posizione contro la schiavitù e l’indifferenza delle autorità francesi. Scriverà che, di fronte a un’ingiustizia grave, non abbiamo il diritto di comportarci come «sentinelle addormentate». Forse la spoliazione porta anche qui.
Non tanto a ritirarsi dal mondo, quanto a diventare un po’ più disponibili al mondo.
Padre Hubert continua a parlare, ma io a un certo punto smetto quasi di ascoltarlo. Nonostante gli stia facendo da interprete.
Guardo per terra: la sabbia è dappertutto.
La sento sotto le scarpe, poi entro nella “chiesa” e continua a esserci. Dieci centimetri di sabbia rosa al posto del pavimento.
La stessa di fuori: questa cosa mi colpisce più dell’altare, dei dipinti, persino della storia di Foucauld.
La sabbia non sa di essere entrata in una chiesa, non gliene frega niente.
Passa sotto le porte, si infila nelle scarpe, si deposita ai piedi dell’altare. Non distingue tra sacro e profano, tra ciò che abbiamo deciso di tenere dentro e ciò che abbiamo lasciato fuori.
Siamo noi ad avere una certa ossessione per le stanze. Qui Dio, là il mondo. Qui la preghiera, là fuori la vita.
Qui il silenzio. Là il casino.
E possibilmente un bel muro in mezzo, così non ci confondiamo.
Forse è anche per questo che ci piacciono tanto i luoghi spirituali. Perché, per un’ora, ci permettono di sapere esattamente dove siamo. Il problema arriva quando usciamo.
De Foucauld, invece, sembra avere passato una parte della sua vita a togliere muri. Prima quelli intorno a sé: il denaro, il grado, il prestigio, le appartenenze. Poi, lentamente, anche quella distanza più sottile che ci permette di guardare un altro essere umano e pensare: tu sei lì, io sono qui.
Non credo che alla fine pensasse che tutte le religioni fossero uguali. Sarebbe comodo raccontarla così, ma non è vero. Foucauld rimase cristiano fino in fondo.
Ma nella sua idea di fraternità sembra diventare sempre meno importante convincere l’altro e sempre più importante incontrarlo. E questa cosa, detta in una chiesa di fango in mezzo al Sahara, suona diversa.
Cristiani, musulmani, ebrei, viaggiatori, soldati, poveri, schiavi.
Entravano. Tutti.
Khaoua, Fraternità.
Forse i mistici delle diverse tradizioni non hanno detto tutti la stessa cosa. Anzi, probabilmente no. Ma ogni tanto sembrano arrivare abbastanza vicini da potersi quasi vedere. È un posto dove la pratica non è più soltanto una cosa che fai e comincia a confondersi con il modo in cui mangi, cammini, ascolti qualcuno, attraversi un mercato, perdi la pazienza, ami, hai paura.
È una cosa che conosco bene anche dalla mindfulness. Possiamo riempirla di tutto.
Cuscini, campane, ritiri e incensi. Parole in pāli che pronunciamo con grande sicurezza e probabilmente malissimo. Possiamo persino costruirci un’identità. E lo facciamo, eccome.
Io medito.
Io pratico.
Io sono uno, una, spirituale.
Ecco un’altra stanza: solo meglio arredata.
Poi, ogni tanto, succede qualcosa che toglie una parete. E allora magari scopri che la pratica era anche stamattina mentre aspettavi il caffè. Nella telefonata che non volevi fare. Nel corpo stanco quanto negli occhi della persona che ti sta antipatica.
E nel modo in cui rispondi quando nessuno ti vede. Oh, quanto ci sarebbe da scrivere su questo.
Non serve nemmeno chiamarla spiritualità. È proprio quello il punto.
Padre Hubert continua a parlare. Io continuo a guardare per terra. Muovo un piede e la sabbia rosa si apre intorno alla scarpa.
La sabbia dentro una chiesa.
Una chiesa dentro la sabbia.
Forse non bisogna aggiungere un’altra stanza alla vita con scritto sopra “SPIRITUALITÀ”.
Forse basta togliere una parete. Poi entra tutto.
Anche il deserto.