Quando si parla delle dimensioni più intime della nostra vita, spesso ci troviamo di fronte a una distinzione: essere o fare. Di solito viene presentata in modo semplicistico, come se il fare fosse il problema e l’essere la soluzione, la velocità il nemico e la lentezza una virtù.
Senza dubbio a volte è così. Questa opposizione, però, non sempre regge davvero alla vita concreta e, se presa in modo assolutistico e idealizzato, rischia di diventare un’altra forma di autoinganno o peggio, un luogo comune di una spiritualità all’acqua di rose. Il problema non è il fare in sé, ma fare senza accorgerci di stare facendo.
Viviamo in una cultura che premia l’azione continua: non solo nel lavoro, ma anche nelle relazioni, nel tempo libero, perfino nel modo in cui cerchiamo di “prenderci cura” di noi stessi e noi stesse. Facciamo, reagiamo, rispondiamo, ottimizziamo. In questo contesto, rallentare viene spesso interpretato come debolezza, inefficienza o disimpegno. Eppure, quando tutto procede senza pause, ciò che tende a mancare non è l’azione ma la possibilità di accorgerci di come stiamo agendo; in questi casi non c’è vera scelta, solo automatismo.
Erich Fromm lo aveva visto con grande lucidità quando parlava di una civiltà fondata sull’avere e sul fare più che sull’essere. Se l’identità è costruita su ciò che facciamo, produciamo o controlliamo, il fare smette di essere espressione e diventa compensazione. Non agiamo perché scegliamo di farlo, ma perché fermarci ci metterebbe a contatto con qualcosa che non sappiamo abitare.
E quasi sempre ce ne accorgiamo dopo, quando siamo già stanchi, quando siamo già stanche.
Parafrasando Fromm in Avere o essere?: «Se sono ciò che faccio e ciò che faccio viene meno, chi sono allora?»
Qui è importante essere chiari: l’idea di un essere “puro”, completamente separato dall’azione, è raramente qualcosa che incontriamo come esperienza stabile nella vita quotidiana. Questo non vale sempre, per tutti, né allo stesso modo, ma descrive una dinamica ricorrente nell’esperienza di molte persone. Non viviamo in uno stato di presenza incontaminata al di fuori della vita che accade. Come ha sempre sottolineato Jon Kabat-Zinn, la pratica non consiste nel ritirarsi dal mondo, ma nell’imparare a stare in relazione con l’esperienza così com’è, mentre agiamo, lavoriamo, scegliamo.
In questo senso, la mindfulness non è semplicemente un invito a fare meno, (anche se il tema della non-azione meriterebbe una riflessione a parte) ma un allenamento a riconoscere la differenza tra azione e reazione. Questa distinzione, però, difficilmente emerge quando tutto procede alla stessa velocità. Serve una pausa, uno spazio minimo, un rallentamento sufficiente a vedere che cosa sta realmente guidando il gesto.
Sam Harris lo formula in modo molto diretto quando osserva che non controlliamo i nostri pensieri, ma li osserviamo emergere: «You are not controlling your thoughts. You are witnessing them». Questo non implica passività né dissociazione, ma la possibilità di interrompere, anche solo per un istante, l’identificazione totale con il flusso automatico dell’esperienza. Senza questo spazio, il fare diventa cieco; con questo spazio, può tornare a essere una scelta.
Ci sono momenti in cui agire è la cosa più sana che possiamo fare e altri in cui l’azione è chiaramente una fuga: fare per non sentire, per non fermarsi, per non restare con l’incertezza. Il corpo segnala questa differenza prima di qualunque concetto, attraverso la tensione cronica, l’irrequietezza, una stanchezza che non passa con il riposo. Non perché stiamo facendo troppo, ma perché stiamo facendo senza esserci.
Rallentare, allora, non è un ideale spirituale né un valore morale. È ciò che, in molte situazioni, permette di vedere cosa succede quando non rallentiamo e cosa diventa possibile quando invece lo facciamo. Senza rallentamento non distinguiamo intenzione e impulso, scelta e abitudine, presenza e performance. La pratica contemplativa, quando non viene ridotta a tecnica di benessere, serve esattamente a questo: creare microinterruzioni nel flusso dell’automatismo.
E se rallentare non fosse un ideale spirituale, ma la condizione minima per accorgerci di come stiamo vivendo?
