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Tra trappole invisibili, podi immaginari e la tentazione di aggiustarsi a tutti i costi

Nella stanza si spande un profumo delicato di incenso, non troppo violento ma non impercettibile.
Le luci sono soffuse, lo percepisco da dietro le palpebre ovviamente abbassate, non si medita ad occhi aperti.
Le mie gambe sono indolenzite nel tentativo di mantenere quella posizione che ho visto assumere a quel maestro tibetano e che mi è sembrata così giusta, così illuminata.
Tutti questi pensieri non dovrebbero esserci… aspetta un po’ che li sistemo, guarda come li lascio andare bene.
Forse ho bisogno di un altro cuscino per sostenere la mia schiena, ma sarei l’unico di tutta la sala ad usare ben due supporti: non sia mai!
E adesso spiegami: che c°o c’entra la cena di stasera? E le bollette? E quella figuraccia imbarazzante di tre anni fa?
Se Jon Kabat-Zinn ora vedesse nella mia testa mi toglierebbe la certificazione di insegnante.
Non sono abbastanza calmo. Non sono abbastanza presente.
Eppure la scorsa volta era andata meglio. Forse sono peggiorato?
Certo, facile per chi fa le visualizzazioni e canta i mantra, qui siamo fermi immobili in silenzio da giorni.
Chissà nel campionato mondiale di meditazione che posizione occupa la mia tradizione.
Anche se, continuando così, dubito che potrei essere chiamato in nazionale.
Ora che ci penso, ho anche mandato aff*lo una persona in automobile sulla strada per venire qui la settimana scorsa.
Già… ora che ci penso… ma perché penso?
Insomma, se meditare è il dominio del non cercare il risultato, del coltivare il non giudizio e della pazienza, qui sembra di essere finiti in una versione orientale delle Olimpiadi interiori. Con giudici invisibili e podi immaginari.
Ma non siamo tutte e tutti, a volte, così?
Ed è qui che si apre la questione più spinosa: la trappola del migliorarsi.
Perché diciamolo: quante volte ci sediamo sul cuscino con la speranza di diventare persone migliori? Più calme, più presenti, più zen (e magari, perché no, anche con la postura perfetta da Instagram)?
Il desiderio di crescere non è sbagliato. È naturale, legittimo.
Il problema nasce quando quel desiderio diventa il motore invisibile che trasforma la pratica in una corsa ad ostacoli.
Come se dovessimo vincere la gara per chi riesce a “lasciare andare” meglio di tutti.
Il punto è che questo stesso desiderio — quello di aggiustarci, di sistemarci — rischia di metterci esattamente nella condizione opposta.
E così, tra una palpebra abbassata, una gamba indolenzita e un pensiero molesto che non molla, arriva quel momento in cui ti chiedi:

“Ma com’è possibile che questa cosa del non-sforzarsi richieda tutto questo sforzo?”

Tranquillo, non sei solo. Tranquilla, non sei sola.
Il non-striving, si sa, è pieno di trappole invisibili.
Alcune così invisibili che ci cadiamo dentro tutti, regolarmente, con eleganza zen.
Altre, invece, sono talmente evidenti che le riconosci subito… ma ci caschi lo stesso.
Proviamo a fare un elenco (non esaustivo, ovviamente: ognuno può aggiungere le proprie varianti) delle trappole più classiche. Quelle che trasformano una semplice seduta in un’arena silenziosa piena di piccoli sabotaggi mentali.

Le trappole invisibili (o molto visibili, a seconda dei casi)

  1. La Sindrome del Maestro Invisibile

Se qualcuno ti osservasse, dovresti sembrare perfetto/a. Schiena dritta, respirazione impeccabile, pensieri limpidi come l’acqua di fonte.

Ma nessuno ti sta guardando (tranne te stesso, con una severità da giudice olimpico).

  1. Il Cuscino della Vergogna

Ti servirebbe un secondo cuscino per non morire di mal di schiena, ma sei l’unico o l’unica della sala senza ascendenze himalayane: quindi, meglio soffrire che sembrare principiante.

  1. Il Pensiero Non Invitato (ma puntuale)

Perché proprio ora ti torna in mente quella volta che nel 2017 hai risposto male a un collega? Non dovevi stare nel “qui e ora”?
Magari il qui e ora è un po’ stronzetto oggi.

  1. Accettare per accelerare

Sì sì, accetti tutto. Ma passiamo oltre velocemente, che devi essere calmo/a per le 18:30.

  1. La Presenza con voto in pagella

Oggi sei stata/o super presente. Voto 9. Domani punta al 10, così sei più presente degli altri.

  1. Lo Shopping Spirituale

Se con questa meditazione non funziona, provi col mantra.
Se il mantra non basta, aggiungi incensi.
Alla peggio, ordini anche un gong su Amazon. Qualcosa dovrà pur farti essere migliore!

  1. Il Super-Ego Zen

Vuoi superare l’ego. Ma mentre lo fai, costruisci un nuovo io: quello illuminato, equanime, superiore.
Furbissimo.

  1. La Check-list dell’Illuminazione

Meditato: ✔️
Respirato bene: ✔️
Pensato il giusto: ✔️
Lasciato andare: ✔️
Oggi sei a posto. Domani ricominci, magari con più flow.

  1. Il Confronto Silenzioso

Guardi di sottecchi chi è seduto vicino. È immobile da un’ora, figurati se ti muovi tu.
La nazionale di meditazione ha bisogno di gente tosta.

  1. Il Giudice Interno che corregge i pensieri

“Questo pensiero non dovresti averlo. Dovresti lasciarlo andare meglio. Dovresti smettere di giudicare… oh no, stai giudicando di giudicare!”

  1. La Medaglia per Chi Lascia Andare Meglio

Alla fine della pratica vorresti qualcuno che ti dica che sono stato bravissima/o a non attaccarti a nulla.
C’è almeno una coppa?

  1. La Sfida dell’Intento Puro

Vuoi sederti senza aspettative. Ma in fondo, ti aspetti di non avere aspettative.

  1. Il Fossile Spirituale

Non sforzarsi diventa la nuova scusa per non cambiare mai nulla.
“Sono fatto/a così” diventa il mantra per non mettersi nemmeno più in discussione.

E ora?
La domanda scomoda è: possiamo praticare senza segretamente cercare di aggiustarci?
O c’è sempre sotto una tensione sottile che ci spinge verso una versione diversa di noi?
E attenzione, perché il rischio opposto è altrettanto insidioso: mollare tutto con la scusa del “sono fatto così”.
Sedersi sugli allori del “non sforzarsi” per evitare qualsiasi cambiamento.
Ed è proprio qui che si apre una zona interessante, quella che spesso ci sfugge:

La differenza tra migliorarsi e accettarsi forse non sta nel rinunciare a crescere, né nel restare immobili.

  • Voler stare meglio, evolversi, magari essere meno reattivi o più presenti, è naturale. È sano.
  • Ma se quel miglioramento diventa un’arma che usiamo contro noi stessi — un’ossessione per essere finalmente “abbastanza” — finiamo per inseguire qualcosa che ci scappa sempre di mano.

L’accettazione, invece, non è dire “sono fatto così, amen”.
Non è neanche una resa.
È vedere, in modo chiaro e gentile, dove siamo ora. Anche nelle nostre tensioni, nei pensieri molesti, nel desiderio di cambiare.
E forse proprio lì, in quello spazio in cui non ci forziamo di diventare migliori, ma non ci crogioliamo nemmeno nell’immobilità, qualcosa si muove davvero.

Non per magia.
Non perché finalmente ci siamo “aggiustati”.
Ma perché smettiamo di usare la pratica come un’altra cosa da spuntare nella lista.

Uno spazio dove possiamo sederci (anche con due cuscini, senza vergogna), accorgerci della tensione, magari sorriderle, e restare.
Non perfetti.
Non migliorati.
Solo presenti.
Con tutte le figuracce, le bollette e gli improperi sulla strada.
Senza bisogno di far parte della nazionale.
Forse il miglior modo per lasciar andare… è non fare nemmeno quello
Forse il miglior modo di meditare…è non meditare.