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“Essere per noi implica il tempo, ma il nostro tempo non ha più la pazienza d’essere”. Così il filosofo gesuita Paul Gilbert descrive la nostra condizione nella società contemporanea.

Da un lato sembra proprio che le ruote degli ingranaggi del mondano tempo frenetico producano un fragoroso attrito con quelle del nostro animo più profondo.

La pazienza è una virtù minore per la cultura europea, non dello stesso rango delle quattro cardinali fin da Platone, ed è invece una delle sei (o dieci) perfezioni per i buddisti, di capitale importanza per Shantideva.

Abbiamo visto come sia facile da confondere con la passività, con una indolente condiscendenza, perfino con la sottomissione.

La sua etimologia latina (patior) e congetturalmente quella greca (pasko) sembrano testimoniare come il patire ne incarni una cifra cospicua, per lasciare il rimanente alla passione.

Eppure, da sempre, in questa sorta di sospensione abbiamo intuito la chiave per qualcosa di fondamentale. Forse in un certo senso questo intendeva Pascal scrivendo che: “Tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in una stanza.”

La parola che più delle altre è significativa è quel “restare tranquilli”, in francese “demeurer en repos”, prendere dimora, abitare. La chiave per la pazienza è abitare il momento presente e viceversa.

Il nostro corpo ci insegna quanto la nostra reattività ci spinga a scappar via dai suoi dolori.

Quanto è difficile essere pazienti, ancor di più nella sua accezione dell’essere affetti da qualche malanno! Inermi, ci sentiamo in balia degli eventi completamente esposti alla vita.

Ma forse proprio questa sfumatura semantica ci può dare qualche strumento per andare più in profondità.

C’è differenza tra guarire e non sentire dolore. Il primo è un lavoro di pazienza, la seconda è una sacrosanta richiesta. C’è differenza tra cura e analgesico.

Rimanendo, prendendo dimora nel presente di ciò che si presenta possiamo prenderci cura di quello che troviamo. È una scelta tutt’altro che passiva.

Forse non tutto va risolto, non sempre. Forse qualcosa va semplicemente incontrato. Oper lo meno, abbiamo anche questa possibilità.

La pazienza è l’arte dell’ascolto, non della repressione e non della reazione subitanea.

Facciamo l’esempio dell’attitudine opposta: la rabbia.

Praticare la pazienza non significa inghiottire la rabbia, negarla, reprimerla.

Come dice la monaca buddista Pema Chödrön:

“La pazienza ha molto a che fare con il diventare intelligenti a un certo punto e semplicemente aspettare: senza parlare né fare nulla. D’altra parte, significa anche essere completamente e totalmente onesti con te stesso riguardo al fatto che sei furioso. Non stai sopprimendo nulla: la pazienza non ha nulla a che fare con la soppressione. In effetti, ha tutto a che fare con una relazione gentile e onesta con te stesso.”

Ascoltare la rabbia, la fretta, il dolore, o tutto ciò che rende impazienti, significa avere una buona dose di coraggio e forse coltivare l’equanimità che ci permetterà di agire.

Scrive sempre Pema Chödrön a proposito della rabbia:

“Ciò suggerisce il coraggio che accompagna la pazienza. Se pratichi il tipo di pazienza che porta alla riduzione dell’aggressività e alla cessazione della sofferenza, coltiverai un enorme coraggio. Conoscerai davvero la rabbia e come genera parole e azioni violente. Vedrai tutto senza metterlo in scena. Quando pratichi la pazienza, non stai reprimendo la rabbia, stai semplicemente seduto lì con essa, tagliando i ponti con l’aggressività”

Sia ben chiaro che questo è un compito che dura una vita, e che come sempre non è una via d’uscita dalle difficoltà, ma una via d’entrata per una conoscenza intima di una parte profonda e preziosa dell’esistenza.

Aver cura, le piante e la natura lo insegnano, implica pazienza. Avere pazienza non significa essere remissivi ma abbracciare attivamente una condizione.

Trovo molto interessante un commento di Kafka alla sopracitata massima di Pascal:

“non è necessario che tu esca di casa -prescrive, quasi stesse sussurrando un segreto, l’ultimo dei talmudisti – Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta e basta. Non aspettare neppure, sta’ in completo silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non può farne a meno, in estasi ti si torcerà dinnanzi.”

Mi piace pensare che nella pazienza del dimorare nel presente, quel mondo che ci presenta per essere smascherato è per primo il nostro mondo interiore, che richiede una certa dose di coraggio per essere guardato negli occhi.

Una bellissima canzone dice “non aver fretta di guarire, il buio ha da insegnare”. E forse avere la pazienza per andare attraverso le difficoltà, i dolori e le paure, senza evitarle a tutti i costi può aprirci molte porte.

Forse la pazienza, permettendoci di aver cura e prenderci cura di ogni momento, fa per la nostra dimensione più umana ciò che il lievito fa per il pane.

Certo anche l’impazienza ha i suoi meriti. Non possiamo trascurarli o dimenticarli. Risolve, spinge, conclude. In ultima analisi forse risponde.

La pazienza invece, come ci ha suggerito Rilke, è forse più simile a una risposta senza fine a una domanda senza fine.

Un mistero controcorrente, un dimorare con un piede nel tempo mondano e l’altro nel tempo scandito dal cuore.