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C’è una forma di resistenza di cui si parla poco: continuare a sognare.
I Negrita lo cantavano anni fa, del resto.
In un mondo che misura ogni cosa in termini di efficienza, tempo speso bene ed operosamente, e risultati visibili, sognare è un atto apparentemente inutile, quindi pericoloso.
Eppure, è lì che nasce molto: nella zona franca tra ciò che c’è e ciò che potrebbe essere.
Non il sogno patinato da Instagram, non il goal-setting da vision board, ma il sogno vero, quello che arriva come una corrente sotterranea, quasi inesorabile, auspicabilmente incontenibile.
Un’ipotesi di te che pulsa, anche se non sai ancora dove porti.
In sanscrito, la parola maya designa sia l’illusione del mondo fenomenico, sia la sua potenza creativa.
Non tutto ciò che non è ancora reale è falso.
Sognare non è illudersi. È coltivare una realtà che non si è ancora manifestata — con tutte le cautele e le distanze che il termine “manifestare”, soprattutto nel suo uso transitivo e di voga anglosassone, richiede.

Spesso si contrappone il sogno alla mindfulness, alla consapevolezza: uno è proiezione, l’altra è radicamento.Ma è una contrapposizione apparente.
Il maestro zen Dōgen scriveva nel Genjōkōan:

“Studiare la Via è studiare se stessi.

Studiare se stessi è dimenticare se stessi.

Dimenticare se stessi è essere realizzati dalle miriadi di cose.”¹

Il sogno, se non è possesso, se non è attaccamento, può diventare risveglio.
Un sogno non posseduto è una soglia.
Un sogno soffocato dalla morsa della brama, invece, è solo un’ansia travestita.
La mindfulness non serve a cancellare i sogni, ma a riconoscere quali sono quelli radicati nel cuore,e quali invece sono solo narrazioni di superficie, paure truccate da ambizioni.
Sedersi in silenzio, tornare al respiro, rallentare, non è chiudere con l’immaginazione, ma aprire spazio, e tempo, oserei aggiungere.
E a volte, in quello spazio, tornano i sogni veri.
Platone scrive nel Timeo che quando il corpo dorme e i sensi si placano, la parte migliore dell’anima si libera e torna alla sua vera natura: contemplare, riflettere, vedere.²
Nel Fedro, afferma che l’anima tende per natura al divino, e solo quando è distratta dal corpo dimentica il proprio desiderio originario. ³
Anche nei sogni notturni — e a volte nei sogni a occhi aperti — qualcosa ci riporta a quella direzione.
Va però distinto questo sognare “a occhi chiusi”, intuitivo, simbolico, sorgivo, dalla pratica contemplativa sul sogno propria della tradizione buddhista tibetana.
Nello yoga del sogno (sogno lucido, milam in tibetano), si lavora con stati onirici in modo deliberato, come parte di un percorso di consapevolezza e liberazione.
Si tratta di una via antica e affascinante, profondamente rispettata, che usa il sogno come spazio di addestramento della mente e di riconoscimento della realtà illusoria, spesso inserita nei Sei Yoga di Naropa o nel Dzogchen.(Consiglio, per approfondimento, il bellissimo libro “Con gli Occhi Aperti” di Francesco Tormen.)
In questa riflessione, invece, il sogno non è oggetto di una tecnica, ma segnale di una corrente più sotterranea — un’intuizione che pulsa tra desiderio, ascolto e visione. Non tanto un addestramento, quanto un ritorno. Una soglia.È questo il contesto in cui vi parlo di un aneddoto personale.
Una volta, durante un periodo difficile, il mio psicoterapeuta mi disse:

“Giacomo… ma dove sono finiti i tuoi sogni?
Non ti sento più parlarne. È come se si fossero spenti.”

Non parlava di obiettivi di carriera, ma di quelle visioni che mi lanciavano sempre un po’ più in là,
verso possibilità che non sapevo nominare ma che da sempre hanno nutrito, come linfa vitale, le radici semoventi della mia vita. Mi guardò in silenzio, poi aggiunse:

“Tu ne hai un dannato bisogno, come dell’aria che respiri.”

Quella frase mi è rimasta addosso. Da allora, ogni volta che torno al respiro, mi chiedo anche questo:
c’è un sogno che sto soffocando senza accorgermene?
Sognare è anche questo:non aver bisogno di mostrarlo a tutti, né di crederci ciecamente.
A volte basta non tradirlo. E quindi, non tradirci.
Simone Weil, nella Lettera a un religioso raccolta in Attesa di Dio, scrive:

“L’attenzione estrema è la forma più rara e più pura della generosità.”⁴

E allora, prestare attenzione a un sogno, senza necessariamente possederlo, senza afferrarlo con foga, è già una forma d’amore.
In questi giorni, mentre cammino, corro, ascolto canzoni nuove e leggo, mi accorgo che alcuni sogni non sono mai andati via. Hanno solo cambiato forma. O si sono messi a dormire sotto il letto, aspettando che smettessi di fare troppo rumore.

Spunti per la pratica

Stasera, prima di dormire, siediti un attimo con te stesso, con te stessa.
Respira. Senti il corpo. Lasciali affiorare, senza forzarli:
quali sogni stanno cercando di tornare?
Non giudicarli. Non analizzarli.
Solo… ascoltali.

Se vuoi scrivere:

C’è un sogno che mi ha lasciato?
C’è un sogno che è tornato?
E c’è un sogno che sto imparando a guardare senza stringere troppo?

E forse…

Il sogno vero non chiede solo — o necessariamente — di essere realizzato.
Chiede di essere onorato.

Fonti e riferimenti

  1. Dōgen, Shōbōgenzō, fascicolo Genjōkōan (XIII sec.).
    Trad. consigliata: Kazuaki Tanahashi (a cura di), Treasury of the True Dharma Eye, Shambhala, 2013.
    Trad. it.: Shōbōgenzō. L’occhio e il tesoro della retta legge, a cura di A. T. Dozaki e G. Pasqualotto, Marsilio.
  2. Platone, Timeo, 71a-b.
    Trad. it.: Timeo – Crizia, a cura di G. Reale, Bompiani.
  3. Platone, Fedro, 246a-249d.
    Trad. it.: Fedro, a cura di Giovanni Reale, Bompiani.
  4. Simone Weil, Attesa di Dio, trad. it. Cristina Campo, Adelphi, 1994.
  5. Lettera IV a padre Perrin.