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La pioggia batte forte, lava via il fango che impregna le scarpe a ogni passo. I vestiti sono zuppi. Ho riparato lo zaino con la copertura impermeabile, sistemo l’altezza delle cannucce che spuntano dalle borracce.
Ma il fastidio all’anca non se ne va.
Ogni falcata me lo ricorda: qualcosa non sta funzionando come avrei sperato.
Corro. Piano, ma costante. Come sempre.
Le fitte all’orecchio peggiorano, nonostante da due giorni stia applicando le gocce antibiotiche.
Ma non posso mica smettere.
È il 31 gennaio.
Mancano due mesi alla Marathon des Sables, 250 km nel deserto del Sahara, in autosufficienza.
Ogni passo è un monito sordo, un’eco nel corpo che mi dice che qualcosa sta cambiando. Ma non posso fermarmi.
Allenarsi per un’ultramaratona significa spingersi sempre un po’ oltre.
La mente, il corpo, la disciplina, l’ascolto.
Già. L’ascolto.

Un segnale dopo l’altro

Arrivo a casa, mi spoglio, mi asciugo. Il termometro segna 38,3.
Pazienza, qualche giorno di stop e potrò riprendere.
Due giorni dopo, arriva l’esito della risonanza magnetica: edema al legamento rotondo dell’anca destra.
Va bene, con calma. Un po’ di infiltrazioni di acido ialuronico e PRP.
Al massimo, la farò tutta camminando. Ma la porterò a termine.
Solo che la febbre non passa.
Le settimane scorrono, io non ho un briciolo di energia. Otite, mal di gola, una stanchezza che non conosco.
Arrivano gli esami del sangue: il fegato sottosopra, infiammazione alle stelle.
Un virus. Probabile riattivazione di Epstein Barr, più sovrainfezioni batteriche.
Sono KO.
Eppure, la speranza resiste. L’ostinazione pure.
Penso: anche saltando un mese di allenamento, potrò comunque portare a termine la corsa.
È da un anno che mi preparo. Fisicamente. Mentalmente. Strategicamente.
Non riesco a pensare di gettare la spugna.
Poi arriva il verdetto.
Medici. Preparatori atletici. Nessuna interpretazione possibile.
Se andassi in queste condizioni, rischierei di farmi davvero male.

Forse ho preteso troppo

Ho iniziato a correre da poco.
Rispetto a chi macina chilometri da una vita, sono un principiante.
Eppure, nel giro di pochi mesi, mi sono ritrovato a progettare di attraversare il deserto a piedi, con uno zaino sulle spalle, per una delle gare più dure al mondo.
Mi sono chiesto più volte se stessi facendo il passo più lungo della gamba.
Se fosse incoscienza, entusiasmo, bisogno di dimostrare qualcosa a me stesso.
Ma invece di ascoltare questi dubbi, ho fatto quello che faccio spesso: spingere, mettermi alla prova.
E in un certo senso, ha funzionato.
Fino a quando il corpo ha iniziato a parlare più forte.
Dolori. Poi qualcosa di più serio.
L’edema. Lo stop forzato. Il virus.
Un susseguirsi di segnali che mi mettono davanti a una verità difficile da accettare:
forse questa volta stavo pretendendo troppo.

Fermarsi fa paura

Ho resistito il più possibile all’idea di non partire.
Ho pensato che, con un po’ di fortuna, ce l’avrei fatta lo stesso.
Mi sono immaginato là, nel deserto, con le gambe doloranti ma ancora in piedi, testardo come sempre.
Perché la regola, per chi corre, sembra sempre quella:
Spingi un po’ di più.
Non mollare.
Stringi i denti e vai avanti.

Ma questa volta non funziona.
Non ho anni di chilometri nelle gambe.
Forse, invece di pensare subito a una gara estrema, avrei dovuto costruire la mia resistenza con più pazienza.
Imparare ad ascoltare il mio corpo, a fermarmi prima di arrivare al limite.
Forse.
Ma questo pensiero non ha molto senso, ormai.

La differenza tra resistenza e ostinazione

 

Ci sono momenti in cui smettere di insistere è l’unica cosa saggia da fare.
L’ho capito a fatica, passando attraverso la frustrazione, il senso di ingiustizia, il dubbio che stessi mollando troppo presto.
Perché tutto, nella mia testa, mi diceva che avrei dovuto lottare di più.
Ma poi ho capito una cosa.
Lottare non significa sempre forzare.
Allenarsi significa dosare lo sforzo.
Correre non è solo velocità o resistenza.
È una danza con il proprio corpo, con il terreno, con le condizioni che cambiano.
Se non ascolti quello che succede, prima o poi paghi il conto.
E allora mi sono chiesto: se la Marathon des Sables è anche una sfida di sopravvivenza, non è proprio questa la prima regola?Capire quando rallentare, quando fermarsi, quando conservare le forze per il momento giusto?
Non è forse questa la differenza tra la resistenza e l’ostinazione?

Non-striving: lasciare andare per restare

Il non-striving parla esattamente di questo.
Non significa non avere obiettivi, ma non diventarne schiavi.
Non significa non faticare, ma non farlo in modo cieco.
Non significa mollare, ma sapere quando fermarsi per poter ripartire più forte.

Il deserto resta lì
Il deserto non scappa.
L’anno prossimo sarà ancora lì, con il suo caldo, la sua sabbia, le sue notti stellate.
Io pure.
E quando sarà il momento, ci arriverò non perché avrò spinto oltre ogni limite, ma perché avrò saputo fermarmi in tempo.
Forse, senza rendermene conto, sto già imparando qualcosa sulla vera resistenza.
E forse, a volte, l’atto più coraggioso non è insistere a ogni costo, ma lasciare andare.

La pioggia continua a cadere.
Lava via il fango, impregna le scarpe.
Il fastidio all’anca non se ne va.
Mi ricorda che quasi nulla va come avremmo sperato.
Mi insegna ad ascoltare.