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“Stopping is a radical act of sanity and love.”
Jon Kabat-Zinn

Sì. Il mondo va a fuoco.
E io ti parlo di meditazione.

Non per fuggire. Non per lavarmi la coscienza.
Ma perché sedersi in ascolto, nel bel mezzo del caos, può essere un gesto politico, poetico e necessario.
Viviamo un tempo in cui ogni secondo si grida, si commenta, si giudica.
Tutti parlano. Pochi ascoltano.
Tutti reagiscono. Pochissimi restano.
E ancora meno sono quelli che si fermano abbastanza a lungo da chiedersi cosa stanno davvero facendo… a sé stessi, agli altri, al Mondo.
Sedermi non è spegnere il fuoco. Ma è scegliere di non essere benzina.
Ne “L’Attesa di Dio” Simone Weil scriveva:

“L’attenzione, presa in tutta la sua purezza, è la cosa più rara e più preziosa che si possa dare.”

E in un mondo che brucia — per la guerra, per il cinismo, per la miseria morale — l’attenzione è già rivoluzione.
Lo so. A volte sembra ridicolo.
Stare seduti mentre la gente muore.
Respirare mentre i bambini annegano.
Ascoltare i battiti mentre una bomba cade.
Ma non è fuga.
Non è pigrizia spirituale.
È allenarsi a restare umani.
È radicare una postura diversa nel mondo: meno reattiva, meno rabbiosa, meno automatica.
È ricordare che ogni parola può essere una ferita, ogni gesto una scintilla.
Non corriamo il rischio di equivocare o idealizzare, però: anche chi medita, a volte, scende dal monte.
I monaci tibetani che hanno imbracciato il mitra contro l’invasione cinese. I sōhei giapponesi, guerrieri con l’alabarda. I monaci Shaolin, addestrati a combattere corpo e spirito.
I monaci birmani che hanno marciato in silenzio contro la dittatura.
E soprattutto quelli che non hanno reagito con la violenza, ma hanno resistito con la forza della presenza.
Thích Quảng Đức che si è dato fuoco per protestare contro il regime sudvietnamita. In silenzio.
La sua immagine, immobile tra le fiamme, ha fatto tremare le coscienze di mezzo mondo.
Non è solo o tanto la forma del gesto a renderlo giusto.
È il luogo del cuore da dove nasce.
La mindfulness non è una pratica per calmarsi. È un addestramento a non scappare da sé.
È un modo per tornare interi e intere, dentro un mondo frantumato, un tempo frammentato, una società che sembra impazzita.
Sedersi non è debolezza.
È prendersi la responsabilità di non diventare reattivi, distruttivi, ottusi.
È smettere di gettare benzina e iniziare, finalmente, ad ascoltare.
E poi, se serve, anche la tempesta.
Ma una tempesta vera.
Non cieca. Non compulsiva.
Una tempesta scelta, nata da ascolto, non da sfogo.
Perché lo sappiamo bene: le tempeste perfette sono sempre precedute da una calma.
Da un silenzio. Come se anche loro, prima di devastare, dovessero sedersi.
Sedersi, mentre il mondo va a fuoco, non è rinunciare.
È allenare il coraggio di non somigliargli.

“The way out is in. The true revolution can only take place within ourselves. If we want to change the world, we must begin with our way of thinking and seeing.”
Thích Nhất Hạnh