C’è qualcosa di profondamente umano – quasi tenero, se non fosse così implacabilmente pervasivo – nel nostro istinto di giudicare tutto.
E quando dico tutto, intendo tutto, senza sconti: il tempo fuori, il tempo dentro, il nostro umore, quello degli altri, le nostre rughe al mattino e le nostre ambizioni alla sera.
Il giudizio scatta come un riflesso, o una trappola necessaria: etichetta, misura, divide. Bello / brutto. Giusto / sbagliato. Funziona / non funziona. Sono bravo, sono brava / ho fallito.
Ma cosa succederebbe se, almeno per un attimo, posassimo questa bilancia mentale?
E se ci concedessimo il lusso di osservare le cose così come sono, senza metterci subito sopra un voto?
Ecco: questo è il cuore del non-giudizio, uno dei pilastri della pratica di mindfulness secondo Jon Kabat-Zinn, tanto da essere parte integrante della sua “definizione operativa” di consapevolezza: “l’esperienza che sorge prestando attenzione, di proposito, nel momento presente, in modo non giudicante.”
Non si tratta di reprimere, sopprimere il giudizio o fingere che non esista, ma di accorgerci della rapidità con cui etichettiamo ogni esperienza e, con gentilezza, sospendere questo automatismo.
Questa sospensione del giudizio non è passività.
Al contrario: è uno stato di presenza attiva, capace di ascoltare senza intervenire subito, di percepire senza catalogare.
È un’arte del lasciar essere.
Ma attenzione: è anche un’arte del lasciarci essere – interi, contraddittori, imperfetti.
È lì che il non giudizio diventa davvero rivoluzionario.
“Essere non giudicanti non significa diventare stupidi.
Non vuol dire: ‘Ah, non giudico nulla, quindi posso camminare in mezzo alla strada mentre arriva un camion: che differenza fa?’.
No. Significa coltivare discernimento.
La capacità di vedere chiaramente ciò che sta accadendo, senza condannarlo, senza etichettarlo, ma riconoscendolo e comprendendolo nella relazione con la nostra esperienza.”
Quando parliamo di consapevolezza non giudicante, parliamo proprio di questo:
di un grado molto sottile di discernimento, di chiarezza, di saggezza.
Un modo di comprendere le interconnessioni tra le cose, pur notando la nostra tendenza automatica a passare subito al “mi piace / non mi piace”.
Nel linguaggio contemplativo potremmo parlare di accoglienza radicale — una qualità che attraversa molte tradizioni.
È presente nel pensiero taoista, nella via del non-agire (wu wei), così come nella filosofia zen di Dōgen, che invita a “sedere semplicemente”, senza cercare di essere diversi da ciò che si è.
Nella filosofia occidentale la ritroviamo nella fenomenologia di Merleau-Ponty, che ci invita a tornare all’“esperienza vissuta”, e in Simone Weil, per cui l’attenzione pura è un atto d’amore non giudicante.
Ma anche in Buber, nella sua relazione “Io-Tu”, e in Arendt, che vede nella sospensione del giudizio una forma di libertà interiore.
E nella pratica della mindfulness, il non giudizio è una chiave trasformativa: solo smettendo di combattere continuamente contro ciò che siamo possiamo iniziare a prenderci cura davvero.
Il non giudizio, quindi, è un invito radicale:
stare con ciò che c’è.
Guardare senza etichettare.
Sentire senza correggere.
Lasciare che ogni cosa sia come è – anche l’impulso a giudicare, che guarda caso sarà il primo a presentarsi, puntuale come un vecchio amico un po’ molesto.
Nella pratica della consapevolezza possiamo esplorare questo tema in tante forme: con le parole, con il corpo, nel respiro.
Senza cercare di “farlo bene” (già questo sarebbe un giudizio), ma provando ad accorgerci.
Di quanto giudichiamo.
Di come ci fa sentire.
Di cosa cambia quando smettiamo.
E magari, inciampando qua e là, riusciremo anche a riderci sopra.
