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“Mindfulness is the awareness that arises from paying attention, on purpose, in the present moment, and non-judgmentally.”
— Jon Kabat-Zinn

Tra i pilastri della mindfulness secondo Jon Kabat-Zinn, ha particolare rilievo il “non cercare un risultato”, ed è proprio a questo che ci dedicheremo nel prossimo mese.
L’idea appare subito paradossale: razionalmente, il tentativo di non cercare risultati rappresenta già la ricerca di un risultato. Ma ci stiamo muovendo in quella zona di tolleranza all’ambiguità che è propria della pratica, così come della vita.
L’idea di non-striving, il non sforzarsi di ottenere un risultato, è forse uno degli aspetti più controintuitivi e trasformativi della mindfulness. Non perché sia difficile da comprendere, ma perché si scontra con l’intera struttura della nostra cultura occidentale, costruita attorno all’idea di progresso, conquista e successo.
L’Occidente ha sempre concepito l’esperienza umana come un viaggio da un punto A a un punto B, un avanzare costante da uno stato meno desiderabile a uno stato migliore. Questa logica è radicata nella nostra filosofia, nella scienza, nell’economia e persino nella nostra concezione della felicità: non siamo mai abbastanza e dobbiamo sempre migliorare.
Ma cosa succede quando questa mentalità viene applicata alla mente stessa? Quando ci avviciniamo alla mindfulness come se fosse un altro strumento per ottenere qualcosa – più calma, più lucidità, meno ansia – rischiamo di perderne il senso più profondo. Cerchiamo di “fare” mindfulness, mentre la mindfulness ci invita semplicemente ad essere.

L’ossessione (occidentale) per il risultato

La filosofia occidentale ha sempre visto l’azione come un mezzo per un fine. Aristotele parlava della distinzione tra attività strumentali e attività autoteliche: le prime servono a ottenere qualcosa (come lavorare per guadagnare denaro), le seconde hanno valore in sé (come la contemplazione o l’arte).
La mindfulness appartiene a questa seconda categoria: non serve a nulla, ed è proprio questo che la rende potente.

Il problema del controllo e l’illusione del miglioramento

La mente umana è progettata per risolvere problemi. Ogni volta che proviamo un’emozione scomoda, il primo impulso è cercare di modificarla:
Sono ansioso? Devo calmarmi.
Sono triste? Devo tirarmi su.
La mia mente è agitata? Devo concentrarmi di più.
Ma chi è che sta dicendo che dovremmo essere diversi da come siamo? Chi decide che l’ansia sia sbagliata? Che la calma sia preferibile?
Jon Kabat-Zinn sottolinea spesso che la mindfulness non è un modo per cambiare la nostra esperienza, ma per incontrarla con una consapevolezza radicale. Il paradosso è che quando smettiamo di voler cambiare qualcosa, quella cosa cambia da sola.
C’è un elemento spesso trascurato: la mindfulness non è finalizzata a nessun risultato. Non pratichiamo per diventare più rilassati, più saggi o più sereni. Pratichiamo per essere presenti a ciò che c’è.
Questo va contro la nostra abitudine di trasformare tutto in uno strumento per qualcos’altro.
Se pratichiamo per rilassarci, siamo già fuori strada. Se pratichiamo per migliorare la nostra concentrazione, abbiamo già introdotto un’ansia da prestazione nella pratica stessa. E più cerchiamo un risultato, più ce ne allontaniamo.

Leggiamo la trascrizione di un discorso di Kabat-Zinn:

“Nella coltivazione della consapevolezza meditativa o della mindfulness adottiamo una posizione insolita per gli occidentali: non cercare di arrivare da nessun’altra parte. Questo è ciò che chiamiamo non-striving, o persino non-fare: permettere che le cose siano accolte nella consapevolezza, senza dover intervenire su di esse, senza dover far accadere nulla o cercare di raggiungere uno stato speciale di rilassamento, benessere, o altro. Semplicemente essere presenti all’evolversi della vita, momento per momento, senza alcuna agenda.
Si scopre che questo approccio è incredibilmente curativo, profondamente rigenerante per noi, perché siamo costantemente guidati da obiettivi e sempre in cammino verso un momento futuro che pensiamo sarà migliore. Oppure stiamo cercando di fuggire da qualcosa nel passato.
Ma praticare il non-striving e il non-fare, lasciando semplicemente che le cose siano così come sono, è un atto profondamente nutriente e trasformativo. Non è facile, perché la nostra mente è piena di liste di cose da fare, di incombenze, di aspettative. E proprio per questo, più lunga è la nostra lista di cose da fare, più tempo dovremmo concederci per praticare il non-fare e il non-striving.
Accettare che qualunque cosa sia già qui è sufficiente. Anche se in questo momento non è piacevole, è comunque abbastanza. Non dobbiamo scappare da essa, non dobbiamo sistemarla, non dobbiamo far accadere nulla.
Questa è uno sconfinato addestramento, un atteggiamento rivoluzionario da portare nella vita.”

Ulisse e il ritorno senza meta

Nell’Odissea, Ulisse impiega dieci anni per tornare a Itaca, ma il suo viaggio è segnato proprio da questa tensione tra il controllo e l’abbandono. Ogni volta che cerca di forzare il suo destino, qualcosa lo trattiene. È solo quando smette di opporsi agli eventi, quando si lascia guidare dalla corrente, che riesce a tornare a casa.
E forse il vero viaggio non è mai stato verso Itaca, ma dentro di noi.
Allo stesso modo, nella mindfulness, non c’è una meta da raggiungere. Non c’è uno stato da conquistare, nessuna calma perfetta da inseguire. Perché la verità è che siamo già dove dovremmo essere. Solo che passiamo la vita a cercare di arrivare altrove.
Forse, come Ulisse, non dobbiamo trovare una via d’uscita, ma solo accorgerci che non siamo mai stati persi.

Praticare senza meta

Quando meditiamo, non dobbiamo fare niente.
Non dobbiamo sforzarci di essere presenti.
Non dobbiamo cercare di rilassarci.
Non dobbiamo nemmeno “cercare di non cercare”, perché questo sarebbe solo un altro obiettivo nascosto.
Anzi, meglio ancora se non ci diciamo nemmeno che “stiamo meditando.”
Per quanto possiamo, dobbiamo solo stare.

E nel momento in cui smettiamo di cercare la calma, forse, scopriremo che c’era sempre stata.