Quando smettiamo di cercare con ansia, troviamo davvero.
Una riflessione sul settimo capitolo de Il vento tra i salici di Kenneth Grahame e sul tema del non-striving.
Un classico che parla a più livelli
Il vento tra i salici (The Wind in the Willows), pubblicato nel 1908 da Kenneth Grahame, è uno di quei classici che, pur concepiti per un pubblico giovane, contengono più livelli di lettura e una sorprendente profondità.
I protagonisti — Ratto, Talpa, Rospo e Tasso — conducono il lettore attraverso avventure leggere, costellate di ironia e piccoli disastri quotidiani. Eppure è il settimo capitolo, Il Pifferaio alle Porte dell’Alba, a rompere il tono del racconto con un’atmosfera decisamente più mistica e contemplativa.
Non a caso, nel 1967, i Pink Floyd — e in particolare Syd Barrett — scelsero di intitolare il loro primo album proprio con questo nome, riconoscendo l’eco visionaria di quelle pagine. È come se, in mezzo alle scorribande fluviali e agli equivoci tra amici, si aprisse all’improvviso una finestra su un’altra dimensione, più vasta, silenziosa, infinitamente reale.
Un flauto che conduce altrove
In questo capitolo, Ratto e Talpa si mettono alla ricerca di Portly, un giovane cucciolo di lontra scomparso. Determinati a trovarlo, salpano sul fiume nel cuore della notte, scrupolosamente pronti a scandagliare ogni riva e ogni ansa.
“Salpiamo la barca e risaliamo il fiume. La Luna nascerà tra un’ora circa, e quindi cercheremo del nostro meglio.”*
Il loro approccio è quello che potremmo definire “strategico”: organizzato, metodico, razionale. Fare il possibile, controllare ogni dettaglio.
Eppure, nonostante l’impegno diligente, la ricerca si rivela infruttuosa. Nessuna traccia di Portly. È solo quando, stanchi, si lasciano trasportare dal suono inatteso di un flauto che qualcosa cambia. Una melodia ultraterrena, che sembra non chiedere nulla, li guida fino a una radura illuminata dall’alba.
Lì incontrano Pan, il dio caprino, simbolo della natura selvaggia e protettiva. È lui ad aver vegliato su Portly, tenendolo al sicuro per tutta la notte. L’incontro con Pan è breve, destinato a svanire come un sogno al risveglio, ma lascia nei protagonisti una traccia profonda, ineffabile.
“Guardate alla mia potenza nell’ora che aiuta, Ma poi dimenticherete!”*
Il paradosso del non-striving
Il significato allegorico di questo episodio è ricco e stratificato. Ma c’è un aspetto che merita particolare attenzione: la dinamica del non-striving, ovvero del non cercare ossessivamente di ottenere un risultato.
Ratto e Talpa non sono ingenui. La loro ricerca inizia con determinazione e rigore, quella stessa volontà che spesso ci accompagna quando vogliamo “aggiustare” qualcosa nella nostra vita: risolvere un problema, raggiungere un obiettivo, migliorare noi stessi.
Ma ciò che conduce al successo non è la loro meticolosità, quanto piuttosto la disponibilità, a un certo punto, a lasciare andare il controllo e farsi guidare da qualcosa di più sottile e spontaneo.
Quando si abbandonano al suono del flauto, alla presenza del momento, finiscono per trovare esattamente ciò che cercavano — ma non nel modo in cui avevano pianificato.
Non è un invito al fatalismo, ma una proposta di equilibrio. Fare, ma non stringere troppo la presa. Agire, ma saper ascoltare quando è il momento di lasciare che le cose accadano.
Trovare è sempre anche un ri-trovare
C’è un ulteriore elemento prezioso. Nel momento in cui Ratto e Talpa trovano Portly, trovano anche Pan. Due volti di uno stesso ritrovamento.
La loro ricerca concreta si intreccia con un’esperienza di apertura più ampia, in cui il confine tra il “nuovo” e il “familiare” si dissolve.
La scoperta del cucciolo smarrito si accompagna alla riscoperta di una connessione con la natura, con il mistero, con una dimensione dell’esistenza che era già presente, ma dimenticata.
In fondo, come spesso accade, quello che cerchiamo fuori è un pretesto per ritrovare qualcosa dentro.
Trovare non significa solo ottenere.
Trovare è anche, inevitabilmente, ri-trovare.
E ogni ritrovamento autentico ci riporta a casa.
Una pratica, senza ansia
Forse, allora, leggere questo capitolo significa anche ricordarci che la pratica del non-striving non è rinuncia, ma disponibilità. Non si tratta di smettere di agire, ma di smettere di inseguire compulsivamente.
Che sia nella meditazione, nella vita quotidiana o nella musica, possiamo fare il nostro meglio, e poi lasciare spazio a quel flauto che arriva da lontano, senza che l’abbiamo programmato.
*Le citazioni sono tratte dall’edizione italiana “Come il vento tra i salici”, traduzione di Beppe Fenoglio, edita da Gallucci Editore.
