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Tornare, ricominciare, riniziare. La fine dell’estate porta con sé una schiuma salmastra di parole.
Siamo tentati e tentate di lavarci via quella dolce pigrizia, come il sale sulla pelle, con una doccia fresca d’acqua dolce. O forse vogliamo sentirne il sapore lentamente, un’ultima volta. Leccare via dalla pelle ogni ricordo, gustandolo ancora una volta con tutti i sensi.
Oppure, ancora, potremmo trovarci nel mezzo di una piccola lotta interiore: il corpo ancora disteso sotto il sole, le gambe impegnate a salire qualche vetta e la mente già all’opera a compilare liste, organizzare. Programmare… ripartire.
Sappiamo bene che anche questa è una condizione fortunata. Non tutti e tutte, e non sempre, possiamo concederci una pausa da cui tornare.
Eppure, la fine dell’estate rimane una metafora preziosa per cogliere qualcosa che pervade tutta la nostra vita. Lo sentiamo in quella malinconia che ci mette in comunicazione con qualcosa di più profondo di un ombrellone che semplicemente si richiude.
C’è qualcosa di strano negli ultimi giorni d’estate. Una specie di terra di confine in cui siamo ancora ciò che siamo stati e già cominciamo a immaginare ciò che dovremmo diventare.
Settembre, del resto, è un gennaio travestito un po’ meglio. Ma mica tanto: i bambini lo riconoscono subito.
Non ha bottiglie stappate né fuochi d’artificio, ma agende nuove, palestre, corsi, buoni propositi. Ci promettiamo che questa volta saremo più disciplinati e disciplinate, più presenti, più allenati, più forti. Leggeremo di più. Berremo di meno. Mediteremo ogni mattina. Risponderemo alle mail in tempo. Forse impareremo finalmente a usare il filo interdentale.
È quasi commovente, a pensarci.
Ogni anno ci concediamo ancora la possibilità di credere che da qualche parte esista una versione leggermente migliore di noi, pronta a cominciare la propria vita non appena avremo sistemato abbastanza cose.
Eppure, sotto sotto, tra canti di gabbiani in lontananza e prati che tornano a respirare liberi dalle masse, mi sembra di sentire anche qualcos’altro.
Una malinconia più antica.
Perché ogni ritorno contiene una piccola perdita. Per tornare bisogna essere stati altrove. E mentre richiudiamo una valigia, togliamo la sabbia dalle scarpe o guardiamo la luce cambiare qualche minuto prima la sera, sappiamo che qualcosa è già finito.
Non necessariamente qualcosa di importante. A volte soltanto una stagione, magari un’abitudine. O una possibilità, fosse anche solo sussurrata dalla mente e resa dolce dalla luce del tramonto.
Forse è anche per questo che settembre ci mette così facilmente al lavoro: fare è un ottimo modo per non restare troppo a lungo sulla soglia.
Essere. Fare.
Jon Kabat-Zinn ha insistito a lungo sulla differenza tra queste due modalità. Non perché il fare sia qualcosa da cui liberarci, sarebbe difficile anche solo prepararsi un caffè, ma perché possiamo trascorrere una parte enorme della nostra vita nella modalità del fare: risolvere, organizzare, raggiungere, sistemare, arrivare da qualche parte. Senza mai esserci davvero.
Ripartire, ricominciare, riniziare quindi.
Ma è davvero così?
Perché, a pensarci bene, non siamo forse sempre qui? Sempre ora? Nell’unico istante che abbiamo davvero.
Anche la più dolce delle rêverie, qualunque sia il luogo o il tempo da cui succhia il suo nettare, accade sempre e soltanto adesso. Anche il ricordo dell’estate accade adesso, così come il desiderio di ricominciare. E perfino la sensazione di esserci persi o perse.
“Stand still. The forest knows where you are. You must let it find you”, recita un verso di Lost, di David Wagoner.

Ed è proprio qui che la pratica e la poesia (secondo me strettissime parenti) ci suggeriscono qualcosa di curioso: forse non dobbiamo affatto ricominciare. O meglio, non diversamente da quanto facciamo già a ogni respiro e in ogni momento. Croce e delizia della condizione umana: tutto muta, nulla rimane, tutto è sempre nuovo.
E allora forse dobbiamo soltanto imparare a tornare.
“Dobbiamo!” Che brutta parola: possiamo…
Tra le poche libertà che davvero abbiamo come esseri umani, anche in mezzo al fare più convulso e impegnato, c’è quella di tornare. A casa, nel presente.
Perfino quando ci cimentiamo in uno sforzo fisico al limite delle nostre risorse, tornare a esser-ci può fare tutta la differenza del mondo.
Chi corre a lungo conosce bene questa esperienza. A un certo punto, la distanza intera diventa insostenibile. Cinquanta chilometri sono troppi. Cento sono assurdi. Duecento non meritano nemmeno di essere presi in considerazione: sono solo storie della mente.
Ma cinquanta chilometri non esistono mai tutti insieme.
Tantomeno trecentosessantacinque giorni.
Nemmeno due. Nemmeno uno.
Nemmeno un minuto esiste tutto assieme.
Esiste questo passo. Questo istante. Poi, forse, il prossimo. Forse.
Non si tratta di convincersi che andrà tutto bene, né di ignorare la fatica, la pigrizia o la frustrazione. Al contrario: tornare significa entrare in contatto proprio con ciò che c’è: che si tratti del fiato del corpo di quella pungente non-voglia. La tentazione di fermarsi. La bellezza, quando arriva.
Nella meditazione accade qualcosa di sorprendentemente simile.
Portiamo l’attenzione al respiro. Dopo pochi secondi, siamo altrove. Pensiamo a una mail, a una conversazione, a quello che mangeremo stasera, a qualcosa accaduto vent’anni fa.
Poi, a un certo punto, ce ne accorgiamo e pensiamo che la pratica sia fallita.
In realtà sappiamo che potrebbe essere appena cominciata.
Quante volte lo sentiamo: la pratica non consiste necessariamente nel riuscire nell’immobilità o fissità del restare quanto piuttosto nell’imparare a tornare.
Ancora.
E ancora.
E ancora.
Qui.