C’era una città in cui nessuno parlava mai a voce alta. Non per imposizione, ma per scelta.
Le parole si usavano con parsimonia, come le erbe buone: un pizzico qui, un sussurro là. Nessuno le sprecava, non per timidezza, ma per cura.
Ogni volta che qualcuno parlava, gli altri si voltavano. Non per interrompere, ma per ascoltare. Sapevano che, se qualcuno stava parlando, in qualche modo era importante.
Non c’erano semafori, ma si camminava senza scontrarsi, non c’erano notifiche, ma ognuno sapeva quando era il momento giusto. Le decisioni si prendevano al rallentatore, come se ogni gesto avesse un’eco.
E forse era proprio così: in quella città, l’ascolto aveva peso: era un gesto, un mestiere umano, una forma di presenza.
Un bel giorno arrivò uno straniero, veniva da una terra di slogan e di strategie. Era vestito di tutto punto e guardava tutti dritti negli occhi.
Parlava tanto, spiegava tutto. Voleva insegnare come si faceva, come si doveva ascoltare. Aveva slide, grafici e schede tecniche. Proiettava, gesticolava, dimostrava. Andò avanti a parlare per ore. Ma nessuno lo interruppe.
Tutti e tutte lo ascoltarono con la stessa pazienza con cui si aspetta la marea.
Poi una bambina gli si avvicinò. Gli prese la mano e gli disse piano:
“Qui non si impara a parlare. Si impara a tacere bene.”
Il forestiero rimase zitto.Poi sorrise.
E da quel giorno, iniziò anche lui ad ascoltare per vivere, non per rispondere.
Postilla (fuori racconto):
Quando avevo tredici anni, decisi di entrare in una palestra di boxe per “diventare forte”.
Il maestro si chiamava Romolo Calvenzi, un uomo risoluto e buonissimo, aveva un camice bianco e uno sguardo che ti leggeva dentro. Da lui avrei poi imparato talmente tante cose che non starebbero in un libro.
Appena mi vide, mi chiese:
— «Tu sei venuto qui per imparare a dare i pugni?»
Io risposi di sì, con la convinzione e la foga di un adolescente in cerca di emancipazione.
E lui, guardandomi negli occhi con un sorriso sornione, rispose senza alzare la voce:
— «Allora esci. Qui, prima — se mai — si impara a non prenderli.»
È da allora che forse ho iniziato a capire cos’è, davvero, l’ascolto.
