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Perché coltivare la compassione è uno degli atti più coraggiosi che possiamo fare

Quando pensiamo al termine compassione, è probabile che abbiamo in mente una forma di gentilezza morbida, pietista e remissiva. Qualcosa da anime belle ma anche piuttosto ingenue. Un sentimento passivo che ci rende più buonisti che buoni, e anche un po’ più deboli.
Non è così. Non è una posizione filosofica, ma un’esperienza diretta: ogni settimana, in me stesso, nei corsi CCT, in carcere e nelle pratiche guidate, vedo che cosa succede quando incontriamo davvero la compassione. Non c’è niente di morbido. È uno dei territori più impegnativi in cui un essere umano possa entrare.
Ma per comprendere perché, bisogna prima capire di cosa stiamo parlando.

Partiamo da un dato linguistico che dice più di quanto sembri. Compassione viene dal latino cum patior: «soffrire insieme». Il significato si è impoverito nel tempo, come accade alle parole che usiamo spesso e viviamo poco. Nella tradizione contemplativa, e nel lavoro che svolgo con il Compassion Cultivation Training, la compassione non è solo “sentire il dolore dell’altro”. È qualcosa di più strutturato e, paradossalmente, più vitale.
La compassione è il riconoscimento della sofferenza, propria o altrui, accompagnato dal desiderio attivo di alleviarla. Quella parola, attivo, cambia tutto. Non parliamo di una postura emotiva, ma di un movimento. Una direzione.
A volte quell’azione consiste nel fare qualcosa di concreto. A volte è dire la cosa giusta. Ma a volte, e questo lo capiamo solo sperimentandolo, l’azione è “solo” restare. Restare presenti. Restare lì, davanti al dolore, senza scappare, senza aggiustare, senza colmare il silenzio. Restare è un’azione. Ed è una delle più radicali.

C’è una confusione che vale la pena sciogliere, perché ci aiuta a capire dove la compassione diventa qualcosa di molto diverso da ciò che pensiamo.
L’empatia è la capacità di sentire ciò che l’altro sente. È preziosa, essenziale. Ma da sola non basta, e chi lavora nelle professioni d’aiuto lo sa bene. L’empatia senza confini svuota. Assorbiamo il dolore dell’altro, lo facciamo nostro e, a un certo punto, non abbiamo più nulla da dare. È il meccanismo del burnout, e non riguarda solo infermieri e terapeuti, riguarda chiunque stia vicino a qualcuno che soffre, e basta aprire gli occhi per vedere quanto la sofferenza sia presente nel nostro mondo.
La compassione fa un passo diverso. Sentiamo la sofferenza, ma non ci anneghiamo . Manteniamo una base, una stabilità, e da lì ci muoviamo verso l’altro/a con l’intenzione di fare qualcosa, anche solo di essere presenti, come già detto. La differenza è sottile ma enorme: l’empatia può paralizzarci, la compassione ci mette in moto.
Le neuroscienze degli ultimi vent’anni hanno dato corpo a questa distinzione. Tania Singer e il suo gruppo al Max Planck Institute hanno mostrato che i circuiti cerebrali attivati dall’empatia per il dolore sono diversi da quelli attivati dalla compassione. L’empatia per il dolore accende aree legate alla sofferenza. La compassione attiva aree legate alla ricompensa, all’affiliazione, alla motivazione prosociale. Quando coltiviamo la compassione stiamo attivando una risorsa, aprendo uno spazio diverso nel sistema nervoso.

Questo non è un semplice dettaglio accademico, ma è il motivo per cui la compassione non consuma, ma rigenera. E ha effetti concreti: più energia a fine giornata, meno sensazione di essere prosciugati, esaurite, più capacità di stare nelle difficoltà mantenendo una base.
Questa distinzione diventa urgente se consideriamo il momento in cui viviamo. Siamo in un tempo di guerre, di immagini di sofferenza che ci raggiungono in continuazione, di dolore su una scala che il nostro sistema nervoso non è progettato per contenere. La reazione più comune è una delle due: o ci indigniamo fino a bruciarci, o ci anestetizziamo. Empatia senza fondo o dissociazione. Nessuna delle due ci rende capaci di rispondere.
La compassione è la terza via. Non chiede di non sentire. Chiede di sentire e di restare in piedi. Di mantenere il contatto con la sofferenza del mondo senza perdere la capacità di agire…nel proprio piccolo, nel proprio quotidiano, nelle relazioni di cui siamo responsabili. In un momento storico che ci spinge a indurirci o a crollare, coltivare la compassione non è un lusso. È una forma di resistenza.

E qui arriviamo al punto che mi sta più a cuore, perché riguarda un malinteso profondo nella nostra cultura: la compassione verso sé stessi e sé stesse.
Trattarsi con gentilezza, dalle nostre parti, è quasi sospetto. Suona come autoindulgenza, come un modo per mollare la presa. Il dialogo interno che conosciamo meglio è un altro: devi fare di più, non è abbastanza, cosa credi di essere. Scambiamo questo dialogo per motivazione, quando in realtà è solo abitudine. Un’abitudine che ci tiene tesi, reattive e, nei momenti di difficoltà, completamente soli e sole con il nostro giudice interiore.
La ricerca di Kristin Neff e Chris Germer ha mostrato qualcosa di controintuitivo: le persone che praticano l’autocompassione non diventano più pigre. Diventano più capaci di rialzarsi dopo un errore e a provare cose difficili, perché non vivono nel terrore di fallire.
La compassione verso sé stessi non è il contrario della disciplina. È ciò che rende la disciplina sostenibile.
Nel CCT c’è un momento significativo nelle pratiche: quando, per la prima volta, rivolgiamo a noi stessi le stesse parole di cura riservate a un amico in difficoltà. Spesso quella voce gentile ci suona quasi estranea.
Quel momento è uno shock gentile. Al contempo un punto di approdo e un punto di partenza.

Nel Compassion Cultivation Training, il protocollo sviluppato alla Stanford University su cui baso parte del mio insegnamento, la compassione non viene trattata come un sentimento da avere, ma come una capacità da costruire. E la costruzione segue un ordine preciso, che ha una sua logica profonda.È un allenamento sistematico di una capacità umana fondamentale. E come ogni allenamento serio, richiede costanza, pazienza, e la disponibilità a sentirsi a disagio.
Ho visto questo processo in azione in posti dove non te lo aspetteresti. In carcere, durante i cerchi di giustizia riparativa, ho visto persone che avevano commesso gravi reati trovare la forza di guardare in faccia il dolore che avevano causato. Non per obbligo giudiziario. Per qualcosa di più elementare e misterioso: il bisogno di riconoscere l’altro come tale. In quei momenti la compassione non aveva niente di morbido. Era cruda e, a tratti, insostenibile. Ed era trasformativa proprio per questo.
Ma non serve andare in carcere per incontrare questa dimensione. La incontriamo ogni volta che qualcuno ci racconta qualcosa di difficile e la nostra prima reazione è il disagio. Ogni volta che ci guardiamo dopo un fallimento e la voce interna parte con il suo repertorio. Ogni volta che potremmo chiuderci, e invece scegliamo, con fatica, di restare aperti, aperte.

Torniamo al punto iniziale. Perché la compassione non è per i deboli?

Perché richiede di fare la cosa più difficile: restare presenti alla sofferenza, senza fuggire né indurirci. Perché è un’azione, anche quando sembra immobilità. Perché la gentilezza verso sé stessi, in una cultura che premia l’autoflagellazione mascherata da ambizione, è una scelta controcorrente. E perché non è un sentimento che si ha o non si ha: è un’abilità che si costruisce, strato dopo strato, pratica dopo pratica.
Abbiamo detto che allenare l’attenzione senza coinvolgere il cuore è un’operazione a metà. La compassione è l’altra metà, quella che trasforma la consapevolezza in cura e la presenza in responsabilità.
E secondo me è la cosa più coraggiosa che possiamo fare.