C’è un modo di camminare che si impara ai ritiri di meditazione, anche se nessuno lo ha mai insegnato. Un passo ogni tre secondi, il piede che si solleva come se il pavimento fosse di cristallo, lo sguardo abbassato a quarantacinque gradi, le mani congiunte davanti o dietro la schiena. La faccia è importante: leggermente contrita ma leggermente beata, un’espressione che dice io sono qui, nel momento presente, e tu no.
L’ho fatta anch’io. Per anni. Tuttora l’abitudine prende il sopravvento. Cammino così e mi sento profondamente consapevole. Sono anche profondamente ridicolo, ma quella parte la noto meno.
Al ritiro di poche settimane fa con Jon Kabat-Zinn, suo figlio Will, che insegna insieme a lui, nell’invitarci a fare una pratica di camminata, ci ha ricordato ridendo una cosa molto semplice:
“Mindfulness does not have a pace.”
La consapevolezza non ha un ritmo. Non ha un passo. Non ha un’andatura.
Cinque parole che demoliscono un’intera estetica, quando si tratta solo di estetica.
Perché il punto è questo: a un certo punto la mindfulness ha sviluppato o rischia di sviluppare un’estetica. Ha un guardaroba (lino, colori tenui, possibilmente scalzi). Ha un tono di voce (basso, lento, con pause significative). Ha una faccia (occhi socchiusi, mezzo sorriso, un’aria di chi sa qualcosa che tu non sai). Ha un passo, quel passo lì, quello da monaco zen nel chiostro, che comunica al mondo: sto praticando.
Il problema è che possiamo avere tutto questo ed essere completamente altrove. Possiamo camminare a un millimetro al secondo pensando alla lista della spesa. Possiamo avere l’espressione del Buddha e dentro ribollire di rabbia. Possiamo parlare piano, con compassione certificata, e non incarnare niente di quello che diciamo. Ascoltare con aria compassata e assorta senza ricevere nulla delle parole altrui.
Anzi, più curi la forma, più è facile perdere il contenuto. L’estetica diventa una scorciatoia: se sembro presente, forse non devo fare la fatica di esserlo.
John Welwood, psicoterapeuta e insegnante buddhista, nel 1984 ha dato un nome a questa faccenda: spiritual bypassing. L’uso di idee e pratiche spirituali per evitare di fare i conti con il dolore, le emozioni irrisolte, i nodi che non vogliamo toccare. Siamo portati e portate a farlo perché funziona, almeno per un po’. È più comodo parlare di impermanenza che piangere. È più elegante “osservare la rabbia” che sentirla bruciare nel petto. È più rassicurante dire tutto è perfetto così com’è che ammettere che alcune cose non lo sono affatto.
Welwood lo vedeva nella sua comunità buddhista e, con l’onestà che lo distingueva, lo vedeva in sé stesso. Scriveva di una trascendenza prematura: il tentativo di elevarsi al di sopra del casino della propria umanità prima di averci davvero fatto i conti. La spiritualità come ascensore che salta i piani scomodi.
Chögyam Trungpa, prima di lui (ne avevamo già accennato su questo blog), aveva chiamato la stessa cosa materialismo spirituale: l’ego che fagocita tutto, anche la pratica, e la trasforma in un altro progetto di auto-miglioramento. Medito, quindi valgo. Ho fatto il ritiro, quindi sono avanti. Cammino piano, quindi sono consapevole. L’ego con l’incenso, per così dire.
Torniamo a Will e al suo mindfulness does not have a pace.
Il punto non è che camminare piano sia sbagliato. Il punto è che camminare piano non è automaticamente mindfulness. Puoi essere totalmente presente correndo. Puoi essere totalmente assente mentre cammini come un monaco tibetano. La consapevolezza non si misura in battiti al minuto.
Questo è scomodo, perché ci toglie tutti gli appigli. Se non c’è un modo giusto di praticare: niente postura perfetta, niente ritmo corretto, niente espressione facciale appropriata… allora cosa resta? Resta la cosa più difficile di tutte: essere onesti e oneste con quello che c’è.
Ho corso 270 chilometri nel Sahara, sì lo so vi ho fatto una testa così. Vi garantisco che a un certo punto, quando il corpo non ha più niente da contrattare e la mente ha esaurito tutte le strategie di fuga, quello che resta è una forma di presenza che non ha niente a che vedere con il passo lento e le mani giunte. È cruda. È sudata. È disperata, a volte. Ma è vera.
E al ritiro, seduto su un cuscino alle cinque di mattina, succede la stessa cosa. Non perché siamo calme o calmi spesso non lo sei. Nemmeno perché abbiamo la postura giusta: spesso fa male tutto. Ma perché sei lì e non stai recitando la parte di quello che è lì. Spesso oscillando pericolosamente cullato da ondate di torpore senza scrupoli.
Il rischio dello spiritual bypassing non è riservato ai principianti. Anzi, quando siamo principianti abbiamo il vantaggio di non sapere ancora come si fa a fingere. È con qualche anno di pratica che cominciano a sviluppare il repertorio: il vocabolario giusto, il tono giusto, le citazioni giuste. “Accogli quello che c’è.” “Lascia andare.” “Non identificarti.” Frasi vere, potentissime, che possono diventare il muro dietro cui non sentiamo più niente.
Ho visto persone usare “osserva senza giudicare” come scudo per non prendere posizione. Ho visto “accettazione” diventare sinonimo di passività. Ho visto “compassione” trasformarsi in una performance così ben costruita da convincere anche chi la esibiva. E non ho dovuto guardare molto lontano, spesso mi è bastato uno specchio.
Il test è semplice, e lo dico a me stesso prima che a chiunque altro: se la nostra pratica diventa soprattutto un modo sofisticato per evitare i conflitti, forse vale la pena fermarci e chiederci cosa stiamo chiamando pratica.
Se la nostra calma è una strategia per non sentire la rabbia, non è calma. Se nostro tuo distacco è una forma di protezione, non è distacco, è dissociazione con un nome più carino.
Will Kabat-Zinn, con quella frase, faceva saltare qualcosa di più profondo del passo della camminata. Faceva saltare l’idea che la mindfulness sia un modo di comportarsi. Non lo è. È un modo di stare, e stare, come sa chiunque ci abbia davvero provato, non ha un aspetto definito. A volte è silenzioso. A volte è un casino. A volte è bello. A volte fa schifo. Non c’è un dress code per la realtà.
Trungpa avvertiva che l’ego è capace di convertire qualsiasi cosa ai propri scopi, anche la spiritualità. Welwood vedeva persone usare la pratica come sostituto della terapia. Will ci ricorda che anche il modo in cui pratichi può diventare un’altra maschera.
E allora? Allora niente. Nel senso che la risposta è davvero niente: nessun metodo garantito, nessuna forma corretta, nessun segno esteriore che certifichi che stai facendo la cosa giusta. C’è solo la domanda, ripetuta ogni volta che ti siedi, ogni volta che cammini, ogni volta che ti fermi: sono qui, o sto facendo finta di esserci?
La risposta onesta, la maggior parte delle volte, è: un po’ tutte e due.
E va bene. Perché la pratica non è essere sempre presenti. È accorgersi di quando non lo sei. E ricominciare. Senza la faccia da santo. Senza il passo giusto. Solo tu e quello che c’è.
A qualsiasi velocità.
alcuni riferimenti
John Welwood, Toward a Psychology of Awakening: Buddhism, Psychotherapy, and the Path of Personal and Spiritual Transformation, 2002, Shambala
Chögyam Trungpa, Al di là del materialismo spirituale, 1978, Ubaldini
