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La donna che smise di sistemare tutto

C’erano giorni in cui avrebbe sistemato anche il cielo.
Stirato le nuvole, ridipinto le ombre, corretto i margini della luna.
Era fatta così: una che non lasciava le cose a metà.
Era una che aveva imparato presto che, se non ci pensi tu, crolla tutto.
Aveva tenuto in piedi case, relazioni, silenzi, promesse. Aveva riparato persone senza che glielo chiedessero.
Aveva imparato a indossare la calma come si indossa un impermeabile quando piove forte: senza crederci troppo, ma sperando che basti.

Un giorno si è svegliata e il tavolo della cucina era coperto di post-it.
“Richiamare la banca.”
“Comprare il detersivo.”
“Chiedere scusa.”
“Fare pace.”
“Capire.”
“Capire.”
“Capire.”

Li ha guardati uno a uno.
Poi ha messo su il caffè.
E invece di iniziare dalla prima cosa da fare, ha fatto una cosa che non faceva da mesi:
è rimasta ferma.

Non meditava. Non si stava centrando.
Non praticava mindfulness..
Era solo stanca.
Stanca di aggiustare ogni cosa che non tornava.
Stanca di inseguire il senso, il controllo, l’ordine perfetto delle emozioni.

C’era stata una perdita —
forse un amore, forse solo una parte di sé —
ma stavolta non riusciva a sistemarla.
E per la prima volta, non ci provava nemmeno.

Quel giorno non è successo niente di notevole.
Ha lavorato poco.
Ha detto due no.
Ha tolto un piatto dal lavello e non l’ha lavato.
Ha lasciato la porta del balcone aperta anche se entrava il freddo.
E per la prima volta non si è sentita in colpa.

È arrivata così:
non come un sì,
ma come un non più no.
Come un gesto lasciato a metà senza punizione.
Come una parte di sé che non veniva più esclusa.
Come un giorno che finisce senza salvataggio.

Da quel giorno non ha smesso di sistemare tutto.
Ha solo imparato che non tutto va riparato per poterlo attraversare.
Alcune cose si abitano storte.
E restano.
E parlano piano.

Quarto frammento sul tema dell’accoglienza e accettazione.
Non sempre si fa pace con le cose.
A volte si smette solo di litigarci.