La fatica non è un idolo, non è un nemico
(Ovvero: cosa ci insegna davvero quando alleniamo il corpo – e la presenza)
Dopo il trail sul Cammino dei Ribelli, la fatica è rimasta come un’eco. Non solo nei muscoli – gambe dure, vesciche, sonno che non scende subito – ma soprattutto dentro.
Come se ci fosse un corpo più profondo che continua a camminare e correre anche quando io mi sono fermato.
La fatica la raccontiamo male.
Viviamo in un tempo che la piega in due direzioni opposte: da un lato chi la idolatra – “no pain, no gain”, grind porn, selfie sudati e performance –, dall’altro chi la evita a ogni costo, come se fosse un errore, una sconfitta.
Io stesso ho oscillato e oscillo tra queste due polarità. Quando facevo boxe idolatravo la fatica: più sudavo, più lividi avevo, più mi sentivo vivo.
Poi sono passato attraverso fasi in cui cercavo di evitarla: anestetizzandola con distrazioni, abbuffate, scorciatoie.
Ma né l’una né l’altra strada mi portavano davvero vicino a me stesso.
Correndo, camminando, sollevando, mi sono accorto che la fatica non è né un idolo né un nemico. È una compagna di viaggio. Non chiede di essere celebrata. Non pretende di essere espulsa. Chiede solo una cosa: di essere abitata.
Quando pratichi mindfulness, la riconosci subito: è quella soglia in cui i pensieri cadono, in cui non puoi più raccontarti troppe storie. Resti solo con il corpo, il respiro, e il gesto che si ripete.
Ogni sembra una preghiera fatta coi polmoni, il cuore e i polpacci.
Ogni serie di piegamenti è un atto di fedeltà. Ogni deadlift è un incontro tra peso e presenza.
Come scrive David Whyte:
“La fatica è la porta attraverso cui il corpo entra nell’anima.”
Questa frase mi perseguita. Forse perché in fondo io un po’ la cerco ancora.
La fatica a volte diventa il modo in cui sento di meritarmi la mia esistenza. Ma quando la vivo davvero, non c’è eroismo.
C’è piuttosto una strana dolcezza: scoprire che il limite non è un muro, ma una soglia. Che il peso non è il nemico, ma una forma di ascolto. Che restare è un gesto rivoluzionario.
Mindfulness non è zen da copertina. È esserci, anche nei giorni storti.
Può anche essere portare attenzione nel dolore sordo dei DOMS.
È scegliere di respirare dentro all’ultima ripetizione. È stare quando tutto grida “fuggi”.
La pratica non serve a diventare perfetti. Serve a esserci. Con tutto quello che c’è.
Cammino, corsa, pesi, vita: la fatica ci attraversa.
Il punto non è vincerla.
Il punto è non lasciarla sola.
