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“Ogni vita autentica è incontro”
Martin Buber

Questo il titolo semplice ed eloquente del webinar di Jon Kabat-Zinn che ho avuto il privilegio di accompagnare come interprete per l’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia. Un incontro pensato per esplorare le possibili integrazioni tra le pratiche di consapevolezza e le professioni legate alla salute mentale.
Chi conosce Jon Kabat-Zinn sa che una domanda apparentemente semplice può aprire mondi interi.

Non è mia intenzione riassumere ciò che è stato detto da Jon e Franco Cucchio, sarebbe inevitabilmente impreciso. Ma una scintilla è rimasta accesa in me, e viene da un posto molto vicino: dal titolo stesso.
Che cosa vuol dire davvero terapia? Me lo sono chiesto con sorpresa, accorgendomi di non aver mai scavato abbastanza in una parola che è stata ed è tuttora determinante nella mia vita.
Se il linguaggio è la casa dell’essere, come disse Heidegger, allora le parole non sono solo etichette che appiccichiamo sulla realtà, sono il luogo in cui la realtà diventa quella che è per noi. Non si limitano a descrivere il mondo ma lo abitano. E se è così, fermarsi su una parola, scavare nelle sue fondamenta, è un atto di presenza. È tornare a casa: per questo l’etimologia è ascolto.
L’etimologia più solida e accettata di terapia viene dal greco θεραπεία (therapeía), che deriva dal verbo θεραπεύω (therapeúō). I significati originari non erano principalmente “curare una malattia” come oggi. Erano piuttosto: servire, assistere, prendersi cura, accompagnare, onorare, rendersi disponibili a qualcuno.

Nella Grecia classica un therápōn era un servitore, un attendente, qualcuno che si prendeva cura di una persona o di una divinità. Solo successivamente il termine assume il significato medico di cura, trattamento, guarigione.
Quello che colpisce è che all’origine della parola non c’è l’idea di riparare qualcosa di rotto. C’è invece l’idea di stare accanto con cura. Di un’attenzione che si offre, non di una correzione che si applica.
Questo diventa ancora più chiaro se distinguiamo tre parole che in italiano tendiamo a sovrapporre: fixing, curing, healing.
Fixing è il più meccanico: riparare un oggetto rotto. Nessuna relazione, nessun processo, solo la parte malfunzionante da rimettere a posto.
Curing agisce sulla malattia, sul sintomo, sulla parte. Si cura sempre una malattia, non una persona. La cura è per la malattia, non per chi la porta. Viene dall’esterno, dal medico, dalla tecnica.
Healing riguarda la persona intera. Non coincide necessariamente con la scomparsa della malattia. Coinvolge la totalità fisica, mentale, emotiva, spirituale. Si può eliminare una malattia senza ritrovare un senso di interezza.E si può attraversare un processo di guarigione profonda anche quando la malattia non scompare.

Il filo che li attraversa tutti è quello dell’aver cura. L’incontro terapeutico più radicale allora potrebbe essere quello in cui non c’è un operatore che lavora su un problema, ma una relazione in cui l’attenzione apre un campo per permettere alle risorse di chi soffre di sbocciare. Nessuno ha mai guarito il mio dolore solo spiegandomelo meglio. Le persone che mi hanno aiutato davvero erano quelle che riuscivano a restare nella stanza e farmi sentire visto. Abbiamo costruito un’idea di terapia fondata sulla riparazione. Ma molte delle esperienze che ci trasformano non nascono dall’essere aggiustati. Nascono dall’essere incontrati.
In questa prospettiva l’MBSR non appare come un protocollo applicato, ma come una via verso la stanza della presenza, dell’attenzione e della comune umanità.
È molto forte oggi la tentazione di voler operare sul dolore altrui o all’inverso di cercare qualcuno che elimini il nostro problema e ci dia delle soluzioni a quel costante enigma che è una vita che possiamo incontrare solo in prima persona.
Come fossimo macchine che vengono riparate e sono pronte per ricominciare a correre per strada. Chi pratica e guida percorsi di mindfulness, sa bene che è proprio dall’essere ferito/a in prima persona che può aprire una relazione, una presenza, e che la sua figura è tanto poco necessaria quanto più e forte la sua fiducia nelle risorse già presenti nell’altra persona

Ma la tentazione è potente, anche tra chi insegna e pratica da anni: usare la mindfulness e la pratica contemplativa come soluzioni operative. Offrirla come tecnica. Confezionarla.
La riconosciamo nel brand e nel marketing della serenità. Una forma che, paradossalmente, comunica distanza dal dolore reale, proprio quella distanza che la pratica autentica dovrebbe sciogliere.
Troviamo aziende che offrono corsi ai dipendenti non per ridurre lo stress, ma per aumentare la tolleranza allo stress. Per rendere le persone più resilienti a condizioni che forse andrebbero modificate. La mindfulness come strumento di adattamento, non di trasformazione.
E c’è un paradosso ancora più sottile: una pratica che insegna che l’io è una costruzione, che la separazione è un’illusione, che tutto è interconnesso viene venduta principalmente come benessere individuale. Fermata ai confini del proprio tappetino o del cuscino.
La forza della mindfulness non sta nella tecnica. Sta nella relazione. Con sé, con l’altro, con il mondo. Una presenza che, se praticata davvero, non può restare privata…diventa inevitabilmente uno sguardo etico sulla condizione umana condivisa. Diventa pensiero e sentire sullo stato del mondo.
Se la insegniamo solo come strumento di benessere personale ne abbiamo già perso il centro. E tutto il potenziale terapeutico. E se la consapevolezza non ci rende più capaci di incontrare la sofferenza, su qualsiasi scala, non abbiamo perso soltanto il suo potenziale terapeutico. Abbiamo perso la pratica.
E forse anche qualcosa di noi.