La consapevolezza è diventata un prodotto. Ma la tradizione da cui viene non l’ha mai concepita come uno strumento neutro.
No, non credo che le bombe si fermino con il silenzio e i pensieri positivi.
Non credo nemmeno che meditare, fare yoga o seguire un percorso spirituale ci renda moralmente migliori. Sarebbe facile smentire questa idea con tanti esempi, quindi non serve dilungarsi. Basta pensare a chi, dopo una lezione di meditazione, giudica chi considera “meno evoluto” o usa la spiritualità per evitare di affrontare le proprie difficoltà o le ingiustizie intorno a sé. Queste situazioni sono comuni e mostrano come la pratica, se resta superficiale, possa diventare una forma di fuga o di rafforzamento dell’ego.
Però credo che la guerra non nasca solo dalle decisioni geopolitiche, ma anche dalla mente umana.
È nel rapporto tra la dimensione psicologica e quella sociale che nasce la possibilità di cambiamento, sia personale che collettivo.La guerra si nutre dell’odio che rimane chiuso dentro di noi, senza mai trovare sollievo, e dello sguardo che vede l’altro solo come un nemico: questa è la disumanizzazione.
Forse guerra e odio crescono anche dove non riusciamo, o non possiamo, restare con emozioni come paura e rabbia senza trasformarle subito in reazione.
Perciò, prestare attenzione alla nostra mente e osservare le cose come sono non significa fuggire o isolarsi.
Non porta alla neutralità, ma al riconoscimento, e questo può essere un antidoto alla distruttività umana. Un esempio concreto e a me molto vicino è l’uso della mindfulness e CCT nei processi di giustizia riparativa. A volte, chi è coinvolto in conflitti o reati partecipa a cerchi di ascolto dove la consapevolezza di sé e la capacità di ascoltare l’altro diventano il punto di partenza per riconoscere il dolore e la responsabilità reciproci. In questi casi, la pratica non resta solo sul cuscino, ma si traduce in gesti concreti: parole di perdono, atti di riparazione, scelte che aiutano a ricostruire la fiducia. Qui il riconoscimento interiore diventa davvero motore di trasformazione sociale e possibile antidoto alla distruttività.
La tradizione buddhista, del resto, non ha mai concepito l’attenzione come un’abilità isolata. Sati, il termine pāli solitamente tradotto come “consapevolezza” o “mindfulness”, non esiste da solo nel canone originario. È sempre inserita in un tessuto più ampio: cetanā, l’intenzione; sīla, la condotta etica; paññā, la saggezza discriminante. Come ha documentato filologicamente il monaco e studioso Bhikkhu Anālayo, sati e sīla sono inseparabili nel contesto originario. La consapevolezza senza orientamento etico non è un concetto buddhista, è tutt’al più un’invenzione moderna.
Siamo stati noi a separare l’attenzione dal suo orientamento. Abbiamo preso qualcosa di radicato in una visione del mondo e ne abbiamo estratto solo la parte più facile da applicare, come la riduzione dello stress o l’aumento della produttività. Così l’attenzione è diventata qualcosa che si può allenare, misurare e trasferire.
Nel farlo, abbiamo formulato una domanda che non esisteva prima in questi termini: è possibile allenare la consapevolezza senza interrogarsi su come verrà usata?
Questa sembra una deriva sottile e insidiosa dei nostri tempi. Lo stesso Jon Kabat-Zinn ha sempre sottolineato che:
“In Asian languages, the word for mind and the word for heart are same. So if you’re not hearing mindfulness in some deep way as heartfulness, you’re not really understanding it. Compassion and kindness towards oneself are intrinsically woven into it. You could think of mindfulness as wise and affectionate attention.”
“Nelle lingue asiatiche, la parola per “mente” e quella per “cuore” sono la stessa. Se quindi non ascolti la mindfulness in modo profondo, come Heartfulness, non la stai davvero comprendendo. La compassione e la gentilezza verso se stessi sono intrinsecamente intrecciate in essa. Si potrebbe pensare alla mindfulness come a un’attenzione saggia e affettuosa.”
(2012 Intervista su Time)
Nel 2013 il sociologo Ronald Purser, insieme a David Loy, ha creato il termine McMindfulness in un articolo che è diventato presto influente. Il termine è poi tornato nel suo libro del 2019. Purser non sosteneva che la mindfulness fosse sbagliata o che la sua diffusione fosse sempre negativa. Il suo punto era più sottile e riguardava la struttura stessa del fenomeno.
Quando la consapevolezza viene estratta dal suo orizzonte etico e reinserita come strumento individuale di adattamento, per essere più produttivi e meno reattivi allo stress, cambia funzione. Se viene privata di questo respiro vitale, la mindfulness diventa, se siamo fortunati, regolazione, ma non di certo trasformazione. In altre parole, aiuta l’individuo a funzionare meglio all’interno di un sistema, senza interrogarsi sul sistema stesso.
Non è solo una questione di parole. Un lavoratore stressato che pratica mindfulness per tollerare meglio un ambiente disfunzionale usa la consapevolezza per adattarsi, quando forse dovrebbe invece cambiare la situazione. In questo caso la pratica diventa un ammortizzatore: rende sopportabile ciò che sarebbe meglio mettere in discussione.
Ma allora, la mindfulness può davvero esistere senza una dimensione etica?
Io credo di no, se davvero seguiamo il presentarsi delle cose come sono, dentro e fuori di noi, stiamo già entrando in contatto con una dimensione di gentilezza amorevole e di disponibilità incondizionata.
L’ascolto radicale, presto tardi, diventa consapevolezza incarnata dell’interdipendenza. L’apertura diventa amore per la vita, se non addirittura compassione.
Se vogliamo semplificare, quando la nostra percezione si amplia diventa più difficile ignorare le conseguenze delle nostre scelte. Non è impossibile, perché l’essere umano sa adattarsi e può separare attenzione e compassione, ma è sicuramente più difficile.
In questo caso, l’etica non è qualcosa imposto dall’esterno. È il risultato naturale di una pratica davvero profonda.
Thich Nhat Hanh ha sempre parlato di mindfulness come “fondamento dell’azione giusta”, come condizione necessaria per agire in modo non dannoso in un mondo interconnesso. Jon Kabat-Zinn insiste sul non-harming e sull’interconnessione come impliciti nella pratica, non come aggiunte facoltative.
Queste dichiarazioni non sono religiose o fideistiche; sono constatazioni su come la consapevolezza funziona quando va in profondità. Accade un progressivo disvelamento della relazione, con noi stessi/e e con il mondo. E la relazione è sempre, strutturalmente, un territorio etico.
La domanda che vale la pena tenere aperta, secondo me, non è se la mindfulness possa essere usata per fini discutibili. Qualunque abilità può. Il linguaggio può essere usato per manipolare. La medicina può essere usata per nuocere. Questo non ci dice nulla di utile.La domanda più interessante è un’altra:
Una pratica che aumenta davvero la sensibilità incarnata e la percezione dell’interdipendenza può rimanere a lungo indifferente alle conseguenze delle proprie azioni?
La risposta non è ovvia. Dipende da come si pratica, da quanto si va in profondità, da quali intenzioni si portano nel cuscino. Ma la domanda stessa è già un orientamento. E, in ultima analisi, io credo di no: una pratica sincera porta inevitabilmente all’incontro con l’interconnessione e la gentilezza. Certo, rimane l’incognita su cosa vogliamo farne noi di questo incontro. Forse vale la pena, a questo punto, fermarsi e chiederci: con quale motivazione ci avviciniamo alla pratica? Quali effetti osserviamo nella nostra vita, nella relazione con gli altri, nei piccoli gesti quotidiani?
Invito tutte e tutti noi a fare caso all’intenzione, alla qualità di presenza che coltiviamo, e alle trasformazioni, anche minuscole, che questa pratica genera nei nostri rapporti, nelle nostre scelte e nella capacità di vedere davvero l’altro.
Allenare l’attenzione senza chiedersi verso cosa è un’operazione a metà.
La consapevolezza, quando è vera, non lascia le cose come stanno. La vera consapevolezza trasforma tutto.
Riferimenti principali: Bhikkhu Anālayo, “Satipaṭṭhāna: The Direct Path to Realization” (2003); Ronald Purser, “McMindfulness” (2019); Kabat-Zinn, “Full Catastrophe Living” (1990).
