Durante la prima settimana del nostro laboratorio sulla pazienza, ho lanciato un semplice sondaggio: “che cosa ti fa perdere la pazienza?”
Dalle risposte è emerso che perdiamo la pazienza per alcune cose legate alla vita di tutti i giorni, come per l’inefficienza degli uffici postali o i ritardi dei mezzi di trasporto.
Più di ogni altra cosa sembra però che le maggiori difficoltà le incontriamo nel nostro rapporto con gli altri: la lentezza delle persone, la loro indecisione, i loro modi bruschi, la maleducazione, l’indifferenza, l’egoismo, solo per citare qualche altra risposta.
Aspettative disattese, mancanza di controllo, sovraccarico fisico e cognitivo, fretta. La nostra capacità di coltivare pazienza intesa come capacità di dedicarci al momento presente in modo consapevole e non reattivo (il che non vuol dire non attivo!) è costantemente minata da innumerevoli fattori.
Oltre alla pratica di meditazione possiamo trovare dei grandi insegnamenti sulla pazienza semplicemente guardandoci attorno, e facendolo con gli occhi dei poeti.
Questi sono i versi di Pat Schneider, poetessa americana, che coglie nelle cose ordinarie una trama fatta di un’amorevole capacità di resistere, abbracciare il presente con intenzione e dargli naturalmente un senso.
La Pazienza Delle Cose Comuni
Pat Schneider
È una specie di amore, no?
Come la tazza contiene il tè,
come la sedia sta solida e salda sulle gambe,
come il terreno riceve la suola delle scarpe
o le dita dei piedi. Come le piante dei piedi sanno
dove dovrebbero essere.
Ho pensato alla pazienza
delle cose comuni, come i vestiti
attendono rispettosamente negli armadi
e il sapone si asciuga discretamente sul piattino,
e gli asciugamani assorbono l’umidità
della pelle della schiena.
E l’adorabile ripetizione delle scale.
E cosa c’è di più generoso di una finestra?
The Patience of Ordinary Things
Pat Schneider
It is a kind of love, is it not?
How the cup holds the tea,
How the chair stands sturdy and foursquare,
How the floor receives the bottoms of shoes
Or toes. How soles of feet know
Where they’re supposed to be.
I’ve been thinking about the patience
Of ordinary things, how clothes
Wait respectfully in closets
And soap dries quietly in the dish,
And towels drink the wet
From the skin of the back.
And the lovely repetition of stairs.
And what is more generous than a window?