Non sono andato a una riunione di condominio. Sono andato a guardare delle persone che cercavano di non perdere la testa sotto le luci al neon.
C’era un ordine del giorno, c’erano delle sedie. Pensavo che avremmo parlato di tubi, bollette o di qualcosa che, volendo, si potesse sistemare. Invece abbiamo passato ore a girare attorno a ciò che contava, senza mai occuparcene.
Abbiamo parlato. Non abbiamo deciso. Abbiamo rimandato tutto alla prossima volta. A un certo punto ho capito che non era una riunione: era un rituale.
Tutti parlavano, nessuno decideva. La responsabilità era sempre fissata a una data che non esisteva.
L’Amministratore sedeva al centro. Ufficialmente presente, per il resto, assente. Non guidava, non discuteva. Prendeva appunti, accomodava mellifluo. Ogni problema richiedeva un documento. Ogni documento è una verifica. Ogni verifica, ovviamente, è un’altra riunione. Nulla si concludeva e tutto restava in attesa.
La sua vera abilità non era la gestione, ma far sparire il tempo allungando le ore finché non si spezzavano. Poi sono iniziate le voci.
C’era il Maraldi, il Tipo Ansioso del terzo piano.
Lui vive leggermente in anticipo sul presente. Ogni proposta, nella sua mente, si ramifica immediatamente in cinque scenari catastrofici, un po’ come nel meccanismo noto come availability cascade.È come se la sua mente non riuscisse a resistere a trasformare ogni possibilità in una crisi di proporzioni epiche.Non vuole soluzioni; vuole garanzie. E le garanzie, ovviamente, non esistono.
C’era il geometra Baldoni: il Furioso Silenzioso.
Parla con calma ed educazione, ma ogni frase porta con sé un vecchio risentimento. Si capisce che questa riunione non è il vero problema. È solo il posto più sicuro dove scaricare qualcosa che fermenta da anni.
C’era la Signora Orlandi, la Donna della Precisione.
Per lei il problema non era mai il problema: era il modo in cui il problema veniva descritto.
Correggeva le parole, l’ordine, la grammatica.Come se questo potesse aiutare.
C’era anche l’architetto Giordano il Pacificatore Passivo, il più infido…forse.
Diceva: “Cerchiamo di capirci”, mentre faceva in modo, con discrezione, che nessuno si sentisse davvero compreso.
E poi c’era il silenzio. Non quello in cui si ascolta, no… quello in cui tutti stanno solo aspettando. A un certo punto, mentre tutto questo si svolgeva, qualcosa è cambiato.
Ho smesso di guardarli e ho iniziato a riconoscerli. La stessa riunione era già in corso nella mia testa.
Dentro c’è anche un Amministratore: prende appunti, rimanda le decisioni. Promette follow-up che non si concretizzano mai.
Dentro c’è un Tipo Ansioso che scandaglia continuamente il futuro alla ricerca di minacce. Non so a che piano viva, ma deve spostarsi parecchio perché lo incontro ovunque.
C’è una Parte Furiosa Silenziosa che trattiene vecchi rancori con una postura impeccabile. C’è un condomino che vuole lasciare tutto. Un’affittuaria che vuole fare la cosa giusta. Una coppia che vuole fare una scenata.
E uno che resta in silenzio, osserva e redige verbali mentali di una riunione che non finisce mai.
La mia vita interiore è un condominio (unità individuali, muri condivisi, spese perpetue).Troppe voci, troppe scartoffie.Nessun vero centro. È proprio come nella riunione: il problema non è il conflitto.
Nessuno ha torto. Nessuno viene ascoltato. Nulla si deposita.
È qui che entra, in silenzio, la dimensione contemplativa… non come tecnica, ma come semplice riconoscimento. Non si tratta di far andare d’accordo tutte le parti o di metterle a tacere.
Si tratta di essere la stanza o la Locanda come direbbe Rumi.
Abbastanza grande da permettere a tutte le voci di presentarsi, ma non di prendere il controllo. Un luogo in cui l’urgenza può essere sentita, ma non seguita. In cui la paura può parlare, ma non governare.
In una buona riunione c’è una sedia.Non un capo. Non un eroe.
Qualcosa di più simile a un Gandalf silenzioso del cerchio, che offre una guida muta e tiene il campo affinché emerga chiarezza. Una sedia. Qualcuno che possa dire:
“Ti sento. Siediti. Non stiamo decidendo adesso.”
Senza quella sedia, tutto diventa estenuante. Il movimento sembra progresso. Il rumore sembra vita.
Alla fine della riunione, nulla era stato risolto. Ma qualcosa era stato visto.
Il palazzo probabilmente sopravviverà. Il perfido Architetto continuerà ad essere perfido. Il mio condominio interiore continuerà a discutere.
Forse la vera pratica non è evitare queste riunioni, esterne o interne. Forse è riconoscere che ogni riunione mancata presenta il conto, come svegliarsi alle tre di notte perseguitati da conversazioni irrisolte, o rendersi conto che un’amicizia si è lentamente sfilacciata perché nulla è stato affrontato.
Forse si tratta solo di accorgersi quando accadono e, lentamente, imparare a offrire loro un posto dove sedersi.
Non tutto ha bisogno di una decisione.
Alcune cose hanno solo bisogno di una sedia.
