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Ogni tanto mi succede ancora. Prendo un libro di filosofia orientale o di meditazione e, dopo poche pagine, affiora una sensazione ambigua. Qualcosa, di scomodo, una sensazione tra la pace… e il sospetto. Frasi brevi, parole elementari, inviti a “lasciare andare”.
E dentro di me una voce filosofica occidentale spalanca la porta, sistema il suo abito inamidato e chiede borbottando: “Ma non è un po’ troppo facile?”
Per chi viene dalla filosofia occidentale, il problema è comprensibile. Siamo cresciuti e cresciute in una tradizione che ama argomentazioni e strutture concettuali. Pensiamo a Kant: la sua Critica della ragion pura scandaglia i limiti della conoscenza, facendo emergere i problemi anziché offrire soluzioni rassicuranti. Husserl analizza la coscienza con rigore, spingendo il pensiero verso la complessità dell’esperienza più che verso l’appagamento emotivo. Nessuno dei due ha speso inchiostro per consolare o rassicurare i suoi studiosi.
Poi apriamo certi libri spirituali, soprattutto contemporanei e troviamo pagine e pagine che sembrano dire una sola cosa:
Respira, fidati dell’universo…manifesta!
E qui nasce il problema. Perché non tutto ciò che è semplice è profondo. Ma al contempo non tutto ciò che è semplice è superficiale. Il punto allora diventa un altro: come distinguere la semplicità reale dalla spiritualità da supermercato?

Perché i testi orientali ci sembrano “semplici”
Prima di puntare il dito contro la fuffa, però, vale la pena fare un passo indietro. Chiedersi una cosa che di solito non ci si chiede: perché tanta filosofia orientale ci sembra facile?
Perché leggendo certi sutra, certi versi zen, certe pagine di Thích Nhất Hạnh  (il monaco vietnamita che ha portato il buddhismo impegnato in Occidente e che scriveva con una semplicità che faceva sembrare la profondità ovvia) la prima reazione di un cervello addestrato alla filosofia occidentale è spesso: e quindi?
La risposta ha a che fare con una differenza strutturale tra due tradizioni di pensiero che hanno scopi diversi. La filosofia occidentale, almeno da Aristotele in poi, si è costruita attorno all’argomentazione. Il suo strumento è il concetto. Il suo obiettivo è la verità proposizionale: dimostrare che qualcosa è vero o falso. Da Platone a Hegel, il pensiero occidentale progredisce per costruzioni sempre più elaborate. Più il sistema è complesso, più sembra affidabile. La profondità si misura in termini di densità concettuale.
Le tradizioni contemplative orientali partono da un presupposto radicalmente diverso. Il loro obiettivo non è costruire un sistema coerente di proposizioni. È trasformare l’esperienza diretta di chi pratica. Il testo non è il punto di arrivo. È un dito che punta a una pratica. Il famoso dito che indica la Luna. E la pratica mira a un’esperienza che, per definizione, il testo non può contenere.
Quando Nāgārjuna (filosofo buddhista indiano del II secolo, fondatore della scuola Madhyamaka e probabilmente il pensatore più influente del buddhismo dopo il Buddha stesso) scrive che la vacuità di tutte le cose è ciò che le rende possibili, non sta facendo poesia. Sta condensando in una riga un ragionamento dialettico raffinatissimo. Ma a un lettore occidentale non preparato sembra un aforisma da cioccolatino.
Quando Dōgen (maestro zen giapponese del XIII secolo, fondatore della scuola Sōtō e autore dello Shōbōgenzō, uno dei testi filosofici più densi mai scritti in qualsiasi tradizione) scrive “studiare il sé è dimenticare il sé”, non sta semplificando. Sta parlando con una precisione chirurgica di un’esperienza meditativa specifica che richiede anni di pratica per essere compresa. Ma sulla pagina sembra una frase da calendario da apporre sotto la foto di una pila di sassi in equilibrio.
Il problema non è che questi testi siano semplici. Il problema è che il nostro metro di misura è tarato su un’altra tradizione. Cerchiamo l’argomentazione dove c’è l’indicazione. Cerchiamo la dimostrazione dove c’è l’invito. E quando non la troviamo, concludiamo che non c’è profondità. È come giudicare un assolo di Coltrane con i criteri del contrappunto bachiano, o per dirla in modo più esplicito come giudicare un piatto di sushi con i criteri di una cassoeula. Non è che non c’è struttura. È che la struttura è altrove. Questo non significa che ogni testo orientale sia automaticamente profondo. Significa che, prima di liquidarlo, serve un’attitudine diversa. Serve sapere che dietro quelle frasi brevi c’è spesso un edificio filosofico enorme, semplicemente, non è l’edificio che ci aspettiamo. O quello che siamo abituati e abituate a vedere nelle nostre città fin da piccole e piccoli.

Il problema non è l’Oriente. È il mercato spirituale.
Lo dico esplicitamente: molta spiritualità contemporanea è diventata un prodotto editoriale. Un linguaggio pseudo-terapeutico leggero, una spolverata di buddhismo semplificato, qualche metafora new age et voilà. Fino ad arrivare all’uso spericolato di nozioni e concetti di fisica quantistica che richiederebbero decenni di studio.
La costante è una promessa implicita: stai tranquillo, stai tranquilla, andrà tutto bene.
Il risultato è una forma di spiritualità che non chiede nulla al lettore. Non lo mette in crisi. Non lo costringe a guardare davvero la sofferenza. È una spiritualità che accarezza l’ego invece di interrogarlo e spesso lascia intendere che l’autore abbia tutte le risposte e le soluzioni alle nostre vite.
Ed è qui che molti lettori e lettrici sentono odore di fuffa.
Ma il meccanismo va capito bene, perché è più subdolo di quanto sembri.
Quello che fanno molti autori new age, o  paladini di questa insta-spiritualità, non è semplicemente scrivere cose sbagliate. È peggio. Prendono intuizioni profonde, radicate in secoli di pratica e di indagine, e le svuotano. Le staccano dal contesto, le privano della disciplina che le sostiene, e le rivendono come pillole di benessere.
La non-dualità dell’Advaita Vedanta (una delle tradizioni filosofiche più rigorose dell’India, con radici che risalgono alle Upanishad) si traduce in “siamo tutti uno”. La vacuità di Nāgārjuna diventa “niente è reale, quindi rilassati”. L’impermanenza buddhista diventa “lascia andare e fidati del flusso”. Il tonglen (pratica tibetana di scambio meditativo, in cui inspiri consapevolmente il dolore altrui e espiri sollievo) diventa “invia luce e amore”.
Magari fosse solo semplificazione. È eviscerazione.
E il danno è doppio. Da un lato, chi legge potrebbe illudersi di aver capito qualcosa che in realtà non ha nemmeno sfiorato. Dall’altro, le tradizioni originali perdono credibilità per colpa di chi le ha ridotte a slogan.
Ridare dignità a queste tradizioni significa fare il lavoro opposto. Rimettere il contesto. Citare le fonti. Spiegare che quella frase che sembra banale ha dietro di sé millecinquecento anni di filosofia. Che la pratica non è opzionale. Che la comprensione non arriva leggendo ma facendo. E che il maestro che ti dice “siedi e respira” non ti sta dando un consiglio generico, ti sta dando un’istruzione di precisione chirurgica che richiede anni per essere davvero eseguita.

Il paradosso: la spiritualità consolatoria neutralizza la pratica
C’è però un effetto ancora più sottile. Quando la spiritualità diventa solo consolazione, succede qualcosa di curioso: la semplicità delle pratiche contemplative perde la sua forza.  “Lascia andare” smette di essere un invito radicale e diventa un modo gentile per evitare le domande difficili. “Accetta quello che c’è” smette di essere una pratica di lucidità e diventa una forma di rassegnazione. In altre parole: la spiritualità rischia di diventare una delega.
Qualcuno ci promette che se penseremo nel modo giusto, respireremo nel modo giusto, visualizzeremo nel modo giusto… allora la vita finalmente funzionerà.
È una promessa molto seducente. Perché sposta la responsabilità altrove: verso un metodo, un maestro, un libro, un corso. Ma le tradizioni contemplative non funzionano così. Non promettono serenità. Promettono un incontro più diretto con la realtà, che a volte è liberatorio e a volte, nei suoi passaggi, è semplicemente… scomodo.

Ma attenzione: la semplicità radicale esiste davvero
Il rischio, però, è commettere l’errore opposto: scambiare la semplicità autentica per superficialità. Molte pratiche contemplative sono effettivamente semplici.
Osserva il respiro. Siediti. Non scappare.
Ma questa semplicità non è pensata per intrattenere il lettore. È pensata per trasformare la percezione.
E quando queste istruzioni vengono prese sul serio, non come frasi da evidenziare ma come pratiche da incarnare, diventano sorprendentemente esigenti. Provare a restare seduti con il proprio disagio per venti minuti, senza scappare mentalmente, è molto meno romantico di quanto sembri sulla copertina di un libro.

Un piccolo criterio per distinguere profondità e fuffa
Potremmo ipotizzare di trovare una specie di regola empirica. Come nella tradizione filosofica occidentale si applica il dubbio e si cercano criteri per distinguere tra opinioni plausibili e conoscenza solida, così potremmo servirci di un piccolo metodo per orientarci tra gli insegnamenti spirituali. In un certo senso, è una forma di scetticismo costruttivo: non basta sentire che qualcosa “suona bene”, serve anche chiedersi su quali basi poggia. Quando un insegnamento spirituale è autentico, tende a fare almeno tre cose.

  1. Non consola troppo in fretta.
    La pratica contemplativa vera non ti dice che andrà tutto bene. Ti invita piuttosto a guardare ciò che c’è, anche quando non è piacevole.
  2. Chiede pratica, non solo consenso.
    La fuffa spirituale vuole che tu dica: che bello, è vero. La pratica contemplativa, invece, ti dice: prova a farlo per davvero.
  3. Riduce l’ego invece di nutrirlo.
    Se un insegnamento spirituale ci fa sentire più speciali, più evolute, più illuminati degli altri… probabilmente stiamo leggendo marketing.
  4. Non delega all’autore la tua vita.
    Gli insegnamenti autentici non creano dipendenza. Ti danno strumenti e poi ti lasciano andare. Ti insegnano a pescare, non ti vendono il pesce ogni giovedì sera. La fuffa spirituale fa il contrario: ci presenta la vita dell’autore come il modello da seguire. Il suo percorso, le sue scelte, la sua serenità diventano la soluzione ai nostri problemi. Ma la sua vita non è la nostra. E scambiare l’ispirazione per una mappa è il modo più rapido per perderci. C’è chi si presenta come se avesse la soluzione e noi, senza accorgercene, finiamo per delegare la nostra vita a qualcun altro. Non perché ce lo chieda esplicitamente. Ma perché il messaggio sottile è sempre lo stesso: da solo, da sola non ce la fai.

Filosofia occidentale e pratiche contemplative
In fondo credo una delle parti più feconde del dialogo tra Oriente e Occidente sia quella tra pensiero rigoroso e pratica vissuta.
La filosofia occidentale può proteggerci dalla credulità spirituale. Le pratiche contemplative possono proteggerci dall’illusione che capire qualcosa significhi automaticamente viverlo. Ad esempio, capita spesso di leggere un libro sulla presenza mentale e di sentire di aver compreso il senso della pratica. Ma poi, magari dopo poche ore, ci ritroviamo nel traffico o in una discussione e reagiamo d’istinto, esattamente come prima, senza alcuna traccia di quella lucidità che pensavamo di aver acquisito. Capire il concetto è solo l’inizio; viverlo richiede una trasformazione più profonda e quotidiana. Una affila il pensiero. L’altra affina l’esperienza.
E nessuna delle due dovrebbe farci smettere di dubitare.