ovvero: chi siamo quando non ci giudichiamo?
C’è un tizio che si presenta puntuale ogni volta che provo a stare un po’ con me stesso. Non ha nome, ma se gliene dessi uno, forse sarebbe tipo “Dott. Giudizio E. Interiore, magistrato freelance”. Mi somiglia moltissimo. Indossa una toga perennemente stropicciata, occhiaie marcate, lo sguardo di chi ha letto troppi fascicoli e troppi post motivazionali. Si vede che la sua toga nera è pesante, si percepisce anche dalla sua postura un po’ curva.
Lui è sempre lì.
Mentre corro — “sei lento”.
Mentre insegno — “potevi dirlo meglio”.
Mentre dormo — “hai lasciato indietro delle cose”.
Mentre scrivo le canzoni — “dai ma cos’è ‘sta roba?”
Non urla quasi mai. Forse non ne ha bisogno. Parla piano, col tono neutro, monotono e inesorabile delle voci registrate nelle stazioni: “Il tuo livello è insufficiente. Il treno per l’essere abbastanza è appena partito. Riprova domani”.
E tu ci credi.
Perché sembra autorevole. Perché è dentro. Perché sa esattamente cosa dire e come dirlo.
Lo conosco da tanti anni, decine, forse da tutta la vita…e non ha mai smesso di assomigliarmi. Solo un po’ più pallido, curvo, ma instancabile.
Poi però, ogni tanto, qualcosa si incrina.
Come quando esco a correre e, per tre minuti, non penso a niente. Quando faccio musica e mi perdo. Quando guardo qualcuno che amo e mi dimentico di valutare se sono degno di stare lì.
In quei momenti il giudice tace.
Forse perché si è addormentato. O forse perché, per un attimo, non c’è più niente da giudicare.
E allora viene da chiedersi:
chi siamo quando non ci giudichiamo?
Forse siamo la versione di noi che canta stonata ma ride.
Quella che cammina lenta, ma sente il vento.
Quella che sbaglia le parole ma dice la verità.
Quella che si ferma, senza sentirsi persa.
Quella che non ha tutte le risposte, ma resta.
Quella che non si difende, perché non sta per essere attaccata.
Quella che respira.
Tutto qui.
Tutto intero.
