Perché l’MBSR non è un protocollo
(e cosa ci perdiamo quando lo trattiamo come se lo fosse)
Ho appena concluso dieci giorni intensi come assistente all’IPT, il modulo intensivo di formazione per futuri insegnanti MBSR, al fianco del mio maestro Franco Cucchio. Ne porto ancora addosso l’intensità.
Sono stati giorni di pratica condivisa, di silenzi che insegnano più delle parole, di squarci di luce, di spazio tenuto e attraversato insieme.
Dieci giorni in cui, come ogni volta che entro in un MBSR — da insegnante, da partecipante, da assistente — non ho mai avuto la sensazione di applicare un protocollo.
Piuttosto, ho riconosciuto ancora una volta l’MBSR per quello che è davvero: un percorso. Vivo, relazionale, incarnato. Mai identico, mai replicabile.
Tutto questo lo sento anche grazie a chi me l’ha trasmesso così. Con rigore, sì. Ma anche con presenza, ascolto, libertà.
Franco, il mio maestro, lo trasmette così. Non solo quando lo dice, ma soprattutto quando sta. Proprio come l’immenso Gherardo Amadei, che ha guidato il mio primo MBSR. Questo non si “applica”. Si attraversa. Si vive.
Ma allora perché molti lo chiamano “protocollo”?
Lo sentiamo spesso: “Il protocollo MBSR”.
Lo leggiamo in brochure aziendali, articoli scientifici, bandi di gara, siti di coaching.
A volte anche da colleghi sinceri, che però forse si sono abituati a una parola che non nomina davvero ciò che fanno. E allora mi viene da chiedere: davvero possiamo e vogliamo ridurre tutto questo a un protocollo?
Un protocollo è qualcosa che si segue, che si applica, che si replica. Che si misura. Che si chiude.
Ma l’MBSR non funziona così:
– non “applichi” un body scan: lo vivi insieme a chi c’è
– non “spieghi” la mindfulness: è semplicemente impossibile; ti impegni a tenerla viva, settimana dopo settimana, momento dopo momento
– non “segui” un manuale: ci stai dentro, completamente esposto, esposta
Mappa e territorio
L’MBSR ha una struttura molto precisa. Ha una sequenza, dei punti di svolta, una logica pedagogica (unica e del tutto particolare).
Ma come ogni mappa, non coincide mai con il territorio vivo dell’esperienza. La mappa ti orienta, ma non ti prepara a tutto ciò che succede mentre cammini davvero.E soprattutto, non ti sostituisce i passi.
“We teach who we are. The curriculum is important, but it’s just a framework. What matters is how we inhabit it.”
— Jon Kabat-Zinn, The Healing Power of Mindfulness (2018)
“Mindfulness is not a technique. It is a way of being.”
— Jon Kabat-Zinn, Wherever You Go, There You Are (1994)
“Teaching mindfulness means embodying it. If you’re not practicing, you can’t teach it. It’s not something you deliver — it’s something you are.”
— Mindful.org Interview, “Let the Mindfulness In” (2017)
Durante l’IPT, ogni giorno ci siamo confrontati e confrontate con questa verità semplice e difficile: non possiamo insegnare qualcosa che non pratichiamo. Non possiamo chiedere agli altri di seguire un percorso se noi, dentro, ci stiamo solo muovendo sulla mappa.
Lo senti soprattutto in chi ti ha insegnato a stare nel processo senza recitare il ruolo dell’insegnante.
Io l’ho sentito con Gherardo, con Franco, e nei ritiri con Jon Kabat-Zinn.
È un filo che passa per loro e che spero di portare dentro di me. Non come bandiera da sventolare, ma come responsabilità viva. Un lignaggio che si onora camminandoci dentro, non nominando nomi.
A favore della pratica viva
Oggi, attorno alla parola “mindfulness”, fioriscono approcci che sembrano promettere tutto: efficacia, calma, centratura, produttività, spiritualità, prestazione, pace, potere. E dietro a molte di queste promesse c’è spesso la stessa parola: protocollo.
Ma un MBSR non è un protocollo da somministrare. È un percorso da percorrere insieme. Con un gruppo reale.
Con una guida che pratica ciò che insegna. Con il corpo, con la voce, con la vulnerabilità.
Chi sceglie questa via lo sa: non è la strada più semplice. Richiede pratica, formazione seria, supervisione, disponibilità a guardarsi dentro. E chi sceglie di attraversare una formazione seria, o un MBSR fino in fondo, sta già abitando questo impegno.
E se vogliamo onorare ciò che Kabat-Zinn ha trasmesso — e ciò che noi, nel nostro piccolo, portiamo avanti — allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo:
L’MBSR non è un protocollo. È una forma di presenza.
Una disciplina viva. Una pratica relazionale.
Una mappa, sì. Ma che non vale molto se non hai il coraggio di entrarci con tutto te stesso, con tutta te stessa.
