Una storia sul controllo, sulla fiducia e sul mare che continua a chiamarci.
Sono uscito dal cinema con una sensazione difficile da spiegare. Come se qualcuno avesse acceso una luce in una stanza che conoscevo da sempre.
Nell’Odissea di Christopher Nolan c’è una scena in cui Calipso guarda Odisseo e gli dice:
“You’re a man who needs to control his fate. But you cannot control this. You must give yourself to the storm, give yourself to Poseidon. And take your punishment. Give up the fight, give up control and live. It is a leap of faith you haven’t yet made”
“Sei un uomo che ha bisogno di controllare il proprio destino. Questo non puoi controllarlo. Devi affidarti alla tempesta, affidarti a Poseidone. Accetta la tua punizione. Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo, e vivi. È un atto di fede che non hai ancora fatto.”
Quella frase e le immagini che la accompagnano mi sono rimaste dentro.
In me forse si era formata l’idea che la virtù coincida con il controllo. E forse non sono solo.Ammiriamo chi non si arrende, chi stringe i denti, chi trova sempre una soluzione. L’eroe è colui che tiene il timone anche quando il mare si alza. Poi arriva un momento in cui il timone smette di essere uno strumento e diventa una gabbia.
Mi sono chiesto quanti anni della nostra vita passiamo sorvegliando un solo mostro. Può essere una paura, una relazione, il lavoro, il denaro, la salute, il bisogno di essere all’altezza, il timore di sbagliare. Non importa quale volto abbia: a forza di tenerlo d’occhio, gli consegniamo tutto il paesaggio. Il mostro resta dov’è. È il nostro sguardo che gli costruisce intorno il mondo.
Ci convinciamo che, se smettessimo di controllarlo anche solo per un istante, tutto crollerebbe. Così restiamo di guardia.
Nel frattempo, il mare cambia colore, le stagioni passano, qualcuno ci tende una mano. Arrivano occasioni che non vediamo, persone che non riconosciamo, strade che non imbocchiamo, perché continuiamo a fissare lo stesso punto dell’orizzonte. Il problema non è che quel mostro non esista ma che diventa l’unica cosa che riusciamo a vedere.
Esistono altri mostri, molto più silenziosi: la fatica di invecchiare, il dolore per la persona che non saremo mai, la responsabilità di scegliere una strada rinunciando alle altre, l’amore che chiede sempre una fiducia impossibile da calcolare, la costruzione di una casa senza rinunciare alla parte di noi che continuerà a sentirsi viandante. Sono mostri meno spettacolari. Proprio per questo passano inosservati.
Mi è tornata in mente Itaca di Kavafis. Per anni ho pensato che fosse una poesia sul viaggio; oggi credo che sia soprattutto una poesia sullo sguardo. Itaca non cambia il mare, cambia gli occhi con cui lo attraversiamo. Forse arriva nel momento in cui un solo mostro smette di occupare tutto l’orizzonte e torniamo a vedere il mare.
C’è un dettaglio che mi ha colpito più di tutti. Sulle dita porto tatuata una parola greca: Μῆτις. È la qualità che rende Odisseo Odisseo… l’intelligenza pratica, l’astuzia, la capacità di adattarsi, l’arte di trovare una strada quando sembra non essercene nessuna. Per anni l’ho considerata una bussola.
Uscendo dal cinema mi sono chiesto se ogni virtù, quando diventa l’unico modo di stare al mondo, non rischi di trasformarsi nel proprio contrario. Il coraggio può diventare ostinazione, la disciplina rigidità, la sensibilità ipervigilanza. Perfino la mētis può trasformarsi nell’incapacità di affidarsi.
E se crescere non significasse trovare qualità nuove, ma imparare che nessuna qualità è abbastanza grande da contenere tutta una vita?
Odisseo attraversa il mare per tornare a Itaca. Il viaggio più difficile, però, non attraversa il Mediterraneo. È quello che conduce dall’illusione del controllo alla fiducia. Non una fiducia ingenua, ma quella di chi continua a navigare sapendo che esistono tempeste che non si possono evitare, onde che non si possono dominare, venti che non rispondono ai nostri calcoli. Si abbandona ai flutti, alle tempeste, all’ira di Poseidone.
Non fa un viaggio. Permette che sia il viaggio a fare lui.
È questo, forse, il salto di cui parla Calipso. Smettere di credere che il mare ci debba obbedire.
Da quel momento il mare smette di essere un nemico e torna a essere un orizzonte.
