C’è un testo scritto da Lorena Pronsky, psicologa e scrittrice argentina, e ogni volta che lo rileggo mi fa lo stesso effetto. Un pugno nello stomaco necessario.
Parla di una cosa che conosco bene, perché ci sbatto contro ogni giorno nel mio lavoro: l’industria del “lascia andare”, del “goditi il momento”, del “affidati all’Universo”. Quella roba lì. Quella scorciatoia travestita da saggezza che ti dice che se stai male è perché non ci stai mettendo abbastanza intenzione, abbastanza gratitudine, abbastanza respiri profondi.
La Pronsky la smonta con una rabbia sincera. Ve la lascio qui, tradotta dallo spagnolo.
Lasciate che si curino, c*zzo
di Lorena Pronsky
(traduzione a cura di Jack Jaselli)
Una persona prima deve guarire.
Continuano a dirti di goderti il momento, di lasciare andare ciò che ti fa male, di fluire con le circostanze, di affidare tutto all’Universo perché accada ciò che deve accadere.
Una persona prima deve curarsi.
Smettetela di mentire alla gente rotta, lo sappiamo tutti che a nessuno smette di sanguinare la ferita perché mette i piedi in acqua e accarezza il suo cane mentre ringrazia per l’esistenza delle fette biscottate che mangia tutte le mattine.
La gente chiede magia per non soffrire, e poi ci crede. E poi la vedi in giro a sentirsi in colpa per non avere le palle necessarie per uscire a ballare e ridere a crepapelle mentre ha appena seppellito in mezzo al proprio petto l’amore della sua vita.
Piantatela. La gente rotta si porta dentro pezzi di vita che hanno bisogno di guarire.
Hanno bisogno di abbracci che stiano addosso come coperte, abbastanza stretti da tenerle insieme finché non smettono di sanguinare. Devono smettere di sanguinare. Devono guarire. Sono ferite, sono feriti, non sono coglioni.
Non hanno bisogno di sentirsi dire cose che stanno già cercando di fare da tempo senza riuscirci.
A volte non si può, vecchio mio, non si può. È che la vita a volte fa male. Fa male.
Le perdite, le delusioni, gli incontri mancati, gli abbandoni, i tradimenti, i sogni frustrati, le promesse non mantenute… Fa male. Tutto questo fa male. Allora, prima di mettere i piedi nell’acqua e farsi un selfie mentre accarezza un cane, bisogna guarire.
E per guarire bisogna sapersi fermare. Guardare quello che ci ha scosso il corpo e la testa, e fermarsi. Fermarsi per vedere, per capire, per ricostruire. E, molte volte, anche per finire di distruggere.
Smettetela con queste cazzate che chi non osa non è coraggioso, con quella pseudo libertà che si suppone vada messa in moto perché domani la storia potrebbe finire. Lasciate in pace chi sta attraversando il proprio lutto, chi sta incontrando il proprio dolore, la propria solitudine, i propri vuoti.
Abbiate rispetto. Non siate bugiardi. Lo sappiamo tutti e tutte che, a volte, semplicemente non si può. Non si può. Quella gente si sta curando.
Si sta confrontando con i suoi fantasmi e le sue tempeste perché per poter uscire a ballare con la musica a tutto volume, prima bisogna saper guarire.
Questa è la vita. Accettarlo è il passo necessario per rialzarsi quando si può e come si può. Non mettete fretta alla gente.
Lasciate che si curino, cazzo.
E poi forse sì. Con meno dolore, con la ferita cicatrizzata e con il corpo più leggero, che mettano i piedi dove vogliono metterli, che saldino quel conto in sospeso, che chiamino chi devono chiamare, perdonino chi non sono riusciti a perdonare e se gli gira il culo ringrazino pure le fette biscottate e l’Universo per tutto quello che gli dà.
Ma lasciate che la gente guarisca.
Lasciate che si curino, cazzo.
Quando ho cominciato a insegnare mindfulness, una delle prime cose che ho dovuto fare è stata separarla da tutto questo rumore. Dalla retorica del “basta volerlo”. Dall’idea che la consapevolezza sia una specie di analgesico con il packaging carino. Non lo è. Non lo è mai stata.
La mindfulness, quella che viene da una tradizione contemplativa radicata, non ci chiede di smettere di soffrire. Ci chiede piuttosto di guardare la sofferenza in faccia. Di starci. Di non scappare nel prossimo reel motivazionale, nel prossimo mantra da tazza di te. E una buona terapia fa esattamente la stessa cosa. Con strumenti e contesti diversi, ma con la stessa sincerità non negoziabile.
Fermarsi, come dice la Pronsky. Fremarsi per vedere, per capire, per ricostruire. E a volte per finire di distruggere.È esattamente quello che succede in un percorso MBSR o CCT quando funziona davvero. Non diventi più sereno perché hai imparato una tecnica o perché il terapeuta fa il lavoro al posto tuo. Diventi più sereno o serenA perché hai smesso di trattare il tuo dolore come un problema da risolvere e hai iniziato a trattarlo come qualcosa che merita rispetto e tempo.
Quando siamo rotti, ferite, spesso non abbiamo bisogno di consigli. Abbiamo bisogno di spazio. E lo spazio non è una story con il tramonto e la frase in corsivo. Lo spazio è silenzio, è presenza.
Lasciate che la gente si prenda cura.Lasciate che ci prendiamo cura di noi. Poi il resto viene.
