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Ho meditato in un deserto a cinquanta gradi. Ho meditato alle cinque di mattina in un ritiro silenzioso quando tutto il mio corpo voleva solo il letto. Ho meditato dopo litigate furiose, dopo notizie brutte, dopo giornate in cui non riuscivo a stare nella mia stessa pelle.
Poi, una sera, mi sono seduto sul divano accanto alla persona che amavo e lei mi ha detto una cosa semplicissima.
Mi ha detto: non ti sento più.

Duemila ore di pratica. Nessuna che mi avesse preparato a quella frase.
Voglio essere onesto su una cosa. Non ho iniziato a meditare per diventare una persona migliore. Ho iniziato perché stavo male e non sapevo più dove mettere quello che sentivo. La pratica è stata un luogo. Un posto dove le cose potevano esistere senza che io dovessi fare nulla. Per un po’ è bastato.
Ma il fatto che io avessi trovato un posto per il mio dolore non significava che fossi diventato automaticamente bravo a stare nel dolore di qualcun altro.E qui sta la faccenda.

Siamo fragili. Tutti e tutte. In modo imbarazzante, strutturale.
Non fragili nel senso poetico: la fragilità come virtù, la vulnerabilità come forza, di questo abbiamo già parlato. Fragili nel senso che alle tre di notte, quando non riusciamo a dormire, il pensiero che ci viene spesso è tutt’altro che saggio ed equanime. È: mi amerà ancora domani? Sto sbagliando tutto? Perché ho detto quella cosa?
Fragili nel senso che possiamo leggere migliaia di libri e poi crollare perché qualcuno non ci ha risposto a un messaggio.
Fragili nel senso che hai quarantacinque anni, o venticinque, o sessanta, e dentro hai ancora lo stesso bambino spaventato che non capisce perché il mondo è così grande e lui è così piccolo.
La pratica non risolve questo. Niente risolve questo. Perché non c’è niente da risolvere. Questa è la condizione. Sei un animale con la coscienza, il che significa che sai di soffrire, sai di morire, e nel frattempo devi andare a fare la spesa e ricordarti di pagare il bollo.

Le relazioni sono il punto in cui la fragilità diventa impossibile da nascondere. Puoi essere illuminatissimo o illuminatissima da solo. Puoi essere un campione di equanimità nel silenzio del tuo appartamento. Ma metti un’altra persona nella stanza, specie una persona che ti vede, che ti vuole, che ha bisogno di te, e tutto il tuo edificio contemplativo viene testato in un modo per cui non esiste preparazione.Perché l’altra persona non segue un copione. Non si presenta solo quando sei centrato. Si presenta quando sei stanca, irritabile, insicuro. Quando hai fame. Quando hai paura. Quando vorresti solo che qualcuno ti dicesse che vai bene senza doverlo chiedere.E tu vorresti essere quello o quella che accoglie tutto con grazia. Ma non lo sei. Sei quello che a volte sbuffa. Quella che a volte si chiude. Che a volte dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato e poi non sa come tornare indietro. Benvenute e benvenuti nel club. Siamo otto miliardi.
C’è una bugia sottile che circola negli ambienti della crescita personale. La bugia dice: se fai abbastanza lavoro su di te, le relazioni diventeranno più facili. Come se l’amore fosse un esame e la preparazione bastasse.
Ma le relazioni, io credo, non diventano più facili. Diventano più chiare. Il che, per certi versi, è molto peggio. Perché prima potevi litigare e dare la colpa all’altro. Adesso litighi e vedi esattamente il punto in cui i tuoi meccanismi si svegliano come belve assopite. Lo vedi in tempo reale, come un replay al rallentatore di un autogol. E non puoi fare niente perché la palla è già in rete.
La consapevolezza nelle relazioni non è solo un superpotere. È anche un riflettore puntato su tutte le volte in cui non sei all’altezza di quello che vorresti essere. E l’unica cosa peggiore di non saperlo è saperlo e rifarlo lo stesso.

Donald Winnicott, pediatra, psicoanalista, uno che di fragilità se ne intendeva, ha detto una cosa che andrebbe tatuata sulla fronte di chiunque cerchi la perfezione nelle relazioni. Ha detto che la madre sufficientemente buona non è quella che non sbaglia mai. È quella che sbaglia e ripara. Sufficientemente buona. Non perfettamente presente. Non incondizionatamente amorevole. Non saggiamente equanime.
Sufficientemente buona.
Se l’obiettivo non è la perfezione, allora tutta l’energia che spendiamo per non sbagliare è sprecata. Quello che serve non è non cadere. È saper tornare. Dire “scusa” senza un discorso preparato. Dire non lo so senza vergogna. Dire “ho paura” senza trasformarlo in una lezione.

Il problema non è che meditiamo e restiamo fragili. Il problema è che ci aspettiamo di non esserlo più.
Ci aspettiamo che la pratica ci porti da qualche parte, un luogo dove le cose fanno meno male, dove siamo meno bisognosi, meno impaurite, meno ridicolmente umani. E quando ci ritroviamo ancora lì, con le stesse paure, gli stessi bisogni, le stesse reazioni che credevamo di aver superato, pensiamo di aver fallito. Ma forse è il contrario.
Forse accorgerci di essere esattamente dove e come siamo sempre stati: fragili, imperfetti, disperatamente bisognosi di amore e incapaci di chiederlo nel modo giusto, è il frutto della pratica. Non il suo fallimento.
C’è un momento, nelle relazioni, che vale più di qualsiasi ritiro silenzioso. È il momento in cui l’altro ti vede. Ti vede nel punto più basso, quello in cui sei meschino, o spaventata, o piccolo, e resta lì. Perché sei tu, così come sei.
Quel momento non puoi praticarlo. Non puoi prepararti. Puoi solo lasciare che accada, il che richiede qualcosa di estremamente prezioso: il coraggio di essere visti senza filtri.nE il coraggio complementare: vedere l’altro senza filtri. Vederlo fragile, contraddittorio, a volte insopportabile, e scegliere di restare. Non per equanimità. Per amore.

Medito ogni giorno. Jon Kabat-Zinn direbbe che la mindfulness è heartfulness, e ha ragione. Ma la heartfulness non si deposita automaticamente sulle persone che ami. Medito perché è l’unico momento della giornata in cui mi concedo di non essere niente. Non devo essere bravo, non devo essere presente nel modo giusto, non devo funzionare.
La meditazione non mi ha trasformato nella persona che immaginavo sarei diventato. Non mi ha reso immune dalla paura, dall’egoismo o dalla distrazione. Ma mi ha reso più capace di accorgermene. E qualche volta, di tornare.
Quando mi alzo dal cuscino, torno nel mondo. E nel mondo ci sono le persone che amo. E con loro sono esattamente quello che sono: un uomo che sa alcune cose sulla consapevolezza e a volte dimentica di chiedere come stai. Che ha meditato nel deserto e a volte non riesce a stare fermo durante una conversazione difficile. Che insegna la presenza e, a volte, è assente nel modo più banale e doloroso che esista.
Non c’è una soluzione a questo. C’è solo la possibilità di saperlo. E, sapendolo, provare a tornare. Ogni volta.