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Sono le sei del mattino nel deserto del Sahara.
Il freddo resiste ancora, ma so che presto svanirà. Tra poco la sabbia si accenderà di luce e l’aria vibrerà. Ora tutto è sospeso: il cielo viola, il campo tendato, le nostre frontali accese, i corpi stretti dietro la linea di partenza. È l’ultima tappa.
Dalle casse gracchia una voce.
Stanno leggendo un passo di Theodore Roosevelt: il discorso alla Sorbona del 1910, noto come “The Man in the Arena”. Una specie di preghiera laica per chi si è messo in gioco e non sa più perché.
All’inizio non ascolto davvero. Sto cercando di capire se i piedi mi faranno male come ieri. Sto pensando alla borraccia, chiedendomi se crollerà tutto all’ultimo. Poi qualcosa si apre.
“Non è chi critica che conta…”
Mi accorgo di piangere in silenzio.

I piedi fanno male. La schiena tira. Il corpo è pieno di segni, vesciche, sfregamenti, di quella tensione alla schiena che non se ne va da mesi. Ho corso e camminato nel caldo, nel vento, nella sabbia che entra ovunque.
Ma non è questo che mi sta facendo piangere.
Non sto pensando a niente di preciso. Non sto facendo un bilancio. Non sto ricordando qualcuno né celebrando qualcosa.
Qualcosa ha ceduto dentro. Una porta che tenevo chiusa da anni si è aperta con un clic. Silenzioso. Quasi gentile.

Nel deserto, quelle parole non sono solo epiche. Mi stringono lo stomaco.
Roosevelt le ha pronunciate davanti a un anfiteatro gremito di professori e ministri, nella Parigi del 1910. Parlava di cittadinanza, di democrazia, del dovere di chi agisce rispetto a chi giudica. Era un discorso sulla responsabilità pubblica, sulla vita attiva, sul coraggio di chi si sporca le mani.
Alla Marathon des Sables, alle sei del mattino, con la sabbia tra i denti e le gambe che cedono, tutto il resto svanisce. Rimane solo l’essenza.
Sei nell’arena. Forse non come avevi sognato. Di certo non in modo pulito o perfetto.
Perché “essere nell’arena” non è come ce lo immaginiamo. Non vuol dire essere forti, e ancora meno significa vincere.
Significa giocare la partita. Significa restare.
Restare quando il corpo urla basta. Restare quando la mente si arrende, quando non c’è pubblico, né applausi, solo tu e il prossimo passo.
Non c’è modo di stare nell’arena senza sporcarsi di vita.
Roosevelt parlava di un volto segnato da polvere, sudore e sangue. Non è solo una metafora: qui nel deserto la polvere, il sudore e persino il sangue sono veri. Ma il segno più profondo è la nudità, l’esposizione. L’impossibilità di fingere.
Non puoi fare il duro dopo cinquanta chilometri sotto il sole. Non puoi fare il filosofo con la tempesta di sabbia che entra sotto la tenda. Devi rinunciare al controllo. Puoi solo restare: presente, magari sgangherato.

Tante volte, chilometro dopo chilometro, ho pensato che la mindfulness, quando smette di essere una parola, è questo.
È poter sentire il crollo che arriva e non uscire. È incontrare la fatica, la paura e la commozione senza cercare di aggiustare niente. È quella porta che si è aperta, e tu che resti fermo a guardare cosa c’è dall’altra parte. Senza pretendere calma, abdicando al controllo, rimanendo nella vita così com’è.
Nel deserto questa lezione si imprime per sempre.
Ma l’arena è ovunque.
È quella la mattina in cui ti svegli senza voglia, è  quella conversazione rimandata da settimane. È quando ti guardi allo specchio e non ti racconti storie. È il lavoro che fai ogni giorno, anche senza applausi.
Roosevelt lo sapeva. Il suo discorso era rivolto ai cittadini. Per chi lavora, sbaglia, ricomincia. Per chi non ha un pubblico

Alle sei del mattino, con quella voce nelle casse, il volto rigato dalle lacrime e nuovi amici fraterni incontrati nella sabbia, sei semplicemente dentro. Per questo lo capisci bene.
Totalmente dentro.
Dentro la vita. Qui. Ora.

Non è chi critica che conta;
non è chi indica dove il forte inciampa
o dove chi agisce avrebbe potuto fare meglio.
Il merito appartiene a chi è davvero nell’arena,
il cui volto è segnato da polvere, sudore e sangue;
che lotta con coraggio;
che sbaglia, che fallisce ancora e ancora,
perché non esiste sforzo senza errore e senza mancanza;
ma che davvero si impegna ad agire;
che conosce i grandi entusiasmi, le grandi devozioni;
che si consuma per una causa degna;
che, nel migliore dei casi, conosce alla fine il trionfo dell’impresa riuscita
e, nel peggiore, se fallisce, almeno fallisce osando con coraggio,
così che il suo posto non sarà mai tra quelle anime fredde e timorose
che non conoscono né la vittoria né la sconfitta.

Theodore Roosevelt