A Noma, in un giorno qualunque, i ruoli caddero.
Caddero per terra, senza schianto, senza fare rumore.
Non per decisione politica, né per una rivoluzione o un blackout spirituale. Caddero come cadono le foglie in autunno, o come si stacca una targa da una porta quando nessuno la guarda. Senza sollevare polvere. Senza applausi. Semplicemente: non c’erano più.
Il medico smise di guarire, il prete di benedire, l’avvocato di difendere.
Il comico non fece più ridere, il capo non diede ordini, il figlio non domandò nulla. Eppure, tutti c’erano. Presenti.
Senza funzione, ma non assenti.
Camminavo per la città con un taccuino in tasca, convinto di poterne scrivere qualcosa. Ma appena cercavo di definire chi avevo davanti, le parole si sgretolavano.
La donna che vendeva il pane aveva smesso di vendere. Porgeva una pagnotta e guardava. Il gesto c’era ancora, ma senza mestiere, senza scambio. Solo offerta. Il ragazzo con la maglia da runner sedeva su un marciapiede. La maglia diceva “Never Stop Running”, ma lui era fermo. Non era più un atleta. Era solo un corpo stanco con le ginocchia piegate e il fiato che usciva piano.
Attraversai piazze, corridoi, giardini. Nessuno sembrava turbato. Tutt’altro.
All’inizio c’era stato disorientamento, mi dissero. Poi un silenzio nuovo aveva preso la città, come se tutte le parole che solitamente servivano a giustificare, catalogare, presentarsi o proteggersi, si fossero posate, una a una, sul fondo del mare.
“Chi sei se non sei più il tuo ruolo?” chiesi a un uomo seduto su una panchina.
“Un essere che sente,” rispose, “e forse basta.”
“E se ti chiedessero di tornare a essere qualcuno?”
“Lo farò. Ma saprò che sto solo giocando. Come da bambini.”
In una piccola via trovai una scuola. Le lavagne erano vuote. Gli insegnanti sedevano accanto agli alunni. Alcuni leggevano ad alta voce, altri guardavano fuori dalla finestra. Uno sonnecchiava pigro. Nessuno spiegava niente. Nessuno valutava nessuno. Tutti però, imparavano qualcosa, anche senza saperlo.
Nella piazza centrale vidi un palco vuoto. I microfoni c’erano, ma spenti. Le luci accese. La gente seduta. Nessuno parlava. La performance era il non fare. L’applauso era non applaudire. Il pubblico non era più pubblico perché non essendoci nessuno in scena, nessuno era “fuori scena”.
Nel pomeriggio, incontrai una donna con un cane. Camminava lenta.
Mi chiese: “E tu, cosa fai nella vita?”
Risposi: “Non lo so più.”
Lei sorrise. “Allora puoi restare.”
La mindfulness ci aiuta ad entrare in contatto con i nostri pensieri, facendone esperienza come se fossero delle sensazioni. È la pratica alla consapevolezza: aiuta a metterci in relazione con le nostre emozioni, accogliendole così per come sono, radicandoci nel presente.
