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Per chi soffre e cerca: una risposta che non mente

Come superare l’ansia, il panico, la depressione?
Questo è uno dei temi che mi avete chiesto di trattare, e che emerge spesso con un grande carico di aspettativa da parte di chi si avvicina alla meditazione, alla mindfulness, all’MBSR.
Va detto subito che chi promette di “far passare” la sofferenza, di qualsiasi natura e specie essa sia, con la meditazione o con il pensiero positivo vi sta mentendo. Magari neppure lo sa, ma di fatto lo sta facendo.
La meditazione, le pratiche contemplative, i percorsi spirituali non sono una pillola portentosa e neppure un incantesimo.
Deve essere ben chiaro che la meditazione, la mindfulness, la pratica, non è una terapia. Non c’è una via per aggirare il dolore, a meno che non si decida di rimuoverlo completamente dall’equazione, dissociandosi dalla realtà dell’esistenza.
Stiamo male, soffriamo, l’ansia ci attanaglia, i cani neri della depressione minacciano di azzannare le nostre caviglie. Siamo finiti e finite, non sempre otteniamo ciò che vogliamo, spesso riceviamo ciò che meno desidereremmo. Noi e le persone che più amiamo siamo destinati a non vivere più qui.
Siamo quindi condannate e condannati alla sofferenza?
No. Non negare il dolore è il contrario di perpetuare una sofferenza.
Forse una chiave me la hanno fornita pochi giorni fa le parole di Jon Kabat-Zinn.
Durante un incontro online, commentando lo stato attuale del mondo ha insisitito particolarmente sulla profonda differenza tra due termini e i loro conseguenti atteggiamenti e sguardi verso la vita.
“To cure” e “to heal”
To cure: significa curare, rimuovere i sintomi, eliminare la malattia o il problema. È un processo medico, spesso tecnico, orientato all’esterno: si cura una ferita, si cura una patologia, si agisce sul problema per farlo sparire. È l’ambito della medicina, della scienza, della risoluzione.
To heal: significa guarire in senso più profondo, integrare l’esperienza della malattia o del dolore, trovare un senso, una relazione diversa con ciò che ci accade. Healing è un processo interiore, spesso non lineare, che può avvenire anche quando non c’è una “cura” possibile.
Forse la nostra lingua ci viene incontro se pensiamo alla differenza che c’è tra “curare” e “prendersi cura”.
Prendersi cura non vuol dire sistemare tutto. Non vuol dire neppure stare sempre bene. Vuol dire restare, stare, respirare quando tutto stringe.
Vuol dire non voltarsi dall’altra parte. “Non distogliere lo sguardo dallla ferita” scrive rumi
Vuol dire imparare a restare con noi, anche quando non ci piacciamo.
E non per forza cambiare. Ma riconoscere. Incontrare. Ce lo ricorda Rumi:

“Là dove brucia il dolore,
splende il raggio del balsamo.
La luce cura proprio lì.”
(Rūmī, Masnawī, I, 149)

È così che la pratica può diventare rivoluzionaria. Non perché “ci calma”, ma perché ci mette in contatto. Non perché “funziona”, ma perché ci mostra, nudi, davanti al reale.La meditazione non è un silenziatore del dolore, è un’amplificatore di presenza.
E nel tempo, questa presenza diventa casa. Una casa abitabile, anche quando fuori piove.
La mindfulness non è il contrario della sofferenza. È un modo radicale di abitare il dolore senza farsi abitare da esso.
Di imparare a dire: “Sto con quello che c’è. Anche adesso. Anche così”.
E da lì, lentamente, talvolta misteriosamente, qualcosa si scioglie. Non sempre. Non tutto. Ma spesso basta che si sciolga un nodo per tornare a respirare.
La domanda non è più “come faccio a farla passare”, ma “come posso stare con tutto questo, senza smettere di essere me stesso, me stessa?” Con gentilezza. Con presenza. Con il coraggio che ci vuole a non fuggire.
Riportare alla mente e al cuore che non siamo solo il nostro dolore, anche se a volte ci sembra così. Non siamo solo l’ansia, il panico, la paura o il vuoto.
Siamo anche la parte che resta, che respira, che ascolta.
Che si prende cura.

Se non noi, chi? Se non ora, quando?