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Nota introduttiva:

Questo testo nasce da una settimana di ritiro. Non è stata una settimana calma o luminosa. Ci sono stati irrequietezza, fatica, chiarezza e confusione.
Queste riflessioni non arrivano da uno stato ideale, ma da un’esperienza reale, a volte scomoda. Per questo mi sembrano oneste. Forse anche utili.


Non tutto ciò che calma cura

C’è una confusione diffusa , comprensibile ma problematica , tra due parole che spesso vengono trattate come sinonimi: calma e cura.

In molta cultura del benessere contemporanea, la calma è diventata un indicatore morale. Essere calmi e calme equivale a essere maturi, consapevoli, evolute. L’agitazione, al contrario, viene letta come un errore da correggere. Basta osservare le pubblicità di molte app di meditazione, con immagini di persone sorridenti in perfetta serenità, o leggere uno slogan motivazionale che promette ‘Pace interna, successo esterno’. Questi messaggi dipingono un quadro dove la calma apparente si trasforma in un simbolo di status e realizzazione personale.
In questo contesto, anche la mindfulness rischia di essere fraintesa: ridotta a una tecnologia di regolazione rapida degli stati interni, una forma sofisticata (a volte nemmeno troppo) di sedazione emotiva. La ricerca di un sollievo rapido dalla confusione e dalla tensione è del tutto comprensibile e umana.
Spesso ci avviciniamo alla mindfulness con il desiderio di trovare un po’ di pace e sollievo immediati in un mondo caotico. Tuttavia, è importante distinguere tra ciò che appare come una soluzione semplice e il percorso più profondo di consapevolezza che la mindfulness può offrire.

La calma, di per sé, non è una cura.

In alcuni casi è un effetto collaterale sano. In altri è una forma di evitamento ben riuscita. La differenza non è sempre immediatamente visibile, ma nel tempo produce esiti molto diversi.
Da un punto di vista esperienziale è fondamentale distinguere tra regolazione emotiva e soppressione emotiva. La prima amplia la nostra libertà di risposta; la seconda restringe il campo dell’esperienza per ridurre il disagio.
Se una pratica produce calma evitando sistematicamente il contatto con ciò che è doloroso, nel lungo periodo rafforza l’evitamento, non la libertà.
Nella pratica meditativa questo equivoco emerge spesso. Ci si siede, si porta attenzione al respiro e, se qualcosa si placa, si conclude che “si sta praticando bene”. Se invece emergono inquietudine, fastidio, irrequietezza, si pensa di aver sbagliato.
Ma molte volte è l’opposto.
Una calma che arriva troppo in fretta può essere il segnale di una dissociazione sottile: una sospensione dell’esperienza più che la sua integrazione. È un momento in cui il coraggio di osservare questa dissociazione, invece di celebrare soltanto la compostezza esteriore, diventa essenziale. È importante riconoscere che non tutto ciò che è silenzioso è integrato, né tutto ciò che sembra stabile è sano.

La mindfulness, nella sua forma più profonda, non ha come intento primario la riduzione del disagio, ma l’aumento della capacità di stare con l’esperienza così com’è, senza reprimerla né esserne travolti.

Questo vale anche fuori dal contesto formale della meditazione.
Nel corpo che fa male, una calma forzata può diventare negazione. Nelle relazioni complesse, la calma può trasformarsi in una distanza emotiva mascherata da maturità.
“Tutto bene?” chiede una persona.
“Certo, sono tranquillo”, risponde l’altra, mentre l’atmosfera resta tesa e distaccata.
Nel lavoro su di sé, può diventare un modo elegante per non toccare nodi più profondi.

La cura, invece, è raramente elegante. È spesso lenta, disordinata, a tratti destabilizzante. Parlo a partire dalla mia  esperienza personale. Non promette di far stare meglio subito, ma di costruire nel tempo una relazione più onesta con ciò che c’è.
In questo senso, la mindfulness non è un interruttore per calmarsi, ma un addestramento alla regolazione senza repressione: alla possibilità di sentire pienamente e, solo eventualmente, di calmarsi senza scomparire.

Se, praticando, ti senti più calmo o calma, bene. Ma la calma non è un criterio affidabile di successo. Soprattutto in una dimensione in cui il successo non risponde alle leggi del fare quotidiano.

Domande più utili potrebbero essere:
– Sto ampliando o restringendo la mia capacità di sentire?
– Sto evitando qualcosa o lo sto incontrando?
– Questa calma mi rende più presente o più distante?

C’è però una cosa da dire con assoluta chiarezza.

Questo non è un invito a tollerare sofferenza inutile, né fisica né psicologica. Nessuna pratica contemplativa dovrebbe essere usata come sostituto di un intervento terapeutico quando necessario. Confondere i piani non è profondità: è un errore di categoria.

La mindfulness non rimpiazza la terapia. Può accompagnarla, sostenerla, integrarla, ma non sostituirla.
Se la sofferenza è intensa, persistente, confusiva o isolante, non è una prova da attraversare da soli. È un segnale, e ascoltarlo può voler dire chiedere aiuto professionale.
Restare presenti non significa farsi del male con consapevolezza.
Significa anche riconoscere quando è il momento di affidarsi.