Qui c’è qualcuno che bluffa. E quello sono io.
Non l’ho capito nel deserto. L’ho capito già nella hall dell’hotel, due giorni prima della partenza della Marathon des Sables, in un albergo di Ouarzazate che profuma di oud e crema solare. Guardo gli altri concorrenti, sento il mio sistema nervoso emettere il suo verdetto in meno di tre secondi: sono nel posto sbagliato. Sono io quello che non torna.
Tutti qui sembrano più pronti di me. Lo vedo, lo sento, lo so. È una certezza viscerale che non ha bisogno di prove, proprio perché è già la prova. Quella morsa allo stomaco, la sensazione di gelo anche all’ombra di 30 gradi. Il francese vicino ha il fisico di chi corre ultratrail da quando suonavo nei club. La coppia inglese confronta altimetrie su un’app che non ho mai visto. Una donna tedesca, con gli occhiali da sole sulla fronte e un’abbronzatura che dice “io vivo nel deserto”, ripiega il sacco a pelo in un cubo perfetto, grande come un pugno. Il mio, invece, sembra un animale investito.
E io sono qui. Quarantacinque anni (quasi quarantasei), tre ernie, un’anca che protesta e le viti nei piedi. L’impostore della compagnia: quello che si è seduto al tavolo dei grandi senza avere le carte.
Quando sei convinto di essere il bluff, la paura non ha bisogno di lavorare molto. Le basta confermare quello che già crede. E ha un talento specifico per farlo: il confronto istantaneo. In meno di un battito cardiaco, scannerizza la stanza, scandisce l’intero bivacco, seleziona i parametri che ti mettono in difetto e costruisce una classifica in cui tu sei ultimo. Sempre. Non è un’analisi. È un casting, e tu hai già il ruolo: quello che non dovrebbe essere qui.
La sera prima della partenza è il suo palcoscenico ideale. Tutto è amplificato. Il briefing tecnico diventa un elenco di modi in cui puoi fallire. Le storie degli altri, i veterani che l’hanno già fatta, quelle che si allenano da dieci anni, quelli che corrono col cardiofrequenzimetro anche al bagno, diventano lo specchio in cui la tua preparazione sembra un progetto amatoriale. E il silenzio del deserto rotto solo dalle zip dei sacchi a pelo, la notte prima della partenza, è il momento in cui la voce nella testa ha campo libero.
“Chi ti credi di essere? Non sei un ultrarunner. Sei un musicista e istruttore di meditazione con un blog e un po’ troppi sogni. Il bluff sei tu. Torna a casa.”
Il momento in cui la pratica serve davvero
Ecco, parliamone. Perché io insegno mindfulness. Insegno a stare con quello che c’è, a osservare i pensieri senza farsene travolgere, a riconoscere la differenza tra un’emozione e un fatto. Lo insegno nelle aule universitarie, nelle aziende, nelle carceri. E già da quella prima notte, ancora in quella stanza d’hotel a Ouarzazate, ho scoperto una cosa che sapevo già ma che non avevo mai sentito così forte nella pancia:
Sapere non è la stessa cosa di praticare.
Sapere che la paura è un’emozione transitoria non la rende transitoria. Sapere che il confronto con gli altri è una costruzione mentale non lo rende meno convincente. Sapere che “non essere all’altezza” è una narrazione e non un dato di fatto non impedisce alla narrazione di sembrare l’unica realtà disponibile. E allora cosa fai?
Fai l’unica cosa che sai fare. Ti siedi. O meglio, resti sdraiato in quel letto che il giorno dopo sarà un sacco a pelo sotto una tenda berbera con la luna che filtra. E porti l’attenzione al respiro. Ti fermi a guardare, ascoltare, mica a “gestire”. E guardi. Guardi la contrazione nel petto. Il calore nella gola. La mascella serrata. Le mani chiuse. Guardi il corpo che fa quello che i corpi fanno quando credono di essere in pericolo: si prepara a combattere o scappare. E tu non fai né l’uno né l’altro. Resti.
I polpacci degli altri
La cosa comica, perché nel cuore della paura c’è sempre qualcosa di comico se hai il coraggio di guardare, è che sto costruendo un’intera teoria del mio fallimento sui polpacci tatuati di sconosciuti, marchiati da imprese estreme: Ironman, Ultratrail, edizioni varie del Marathon des Sables. Non so niente di loro. Magari sotto quella calma stanno vomitando dall’ansia anche loro. Ma la mia mente ha già scritto il copione: loro eroi, io fuori posto.
È questo il bluff. La paura prende un frammento, un polpaccio tatuato, un sacco a pelo piegato bene, un’abbronzatura, e ci costruisce sopra un mondo. Un mondo in cui tutti sono pronti tranne te. Tutti sanno quello che fanno tranne te. Tutti appartengono a quel deserto tranne te.
E la mindfulness, in quel momento, non è la soluzione. È la luce che accendi per vedere il gioco. Per vedere che stai confrontando la tua esperienza interna, il caos, il dubbio e il rumore con l’apparenza esteriore degli altri. Stai paragonando il tuo backstage al loro palcoscenico. E questo confronto non può che essere perso, perché non è un confronto. È un’illusione ottica.
La mattina della partenza
La mattina della partenza non ero pronto. Non nel senso in cui la paura lo intende: non ero pronto come la tedesca col sacco a pelo perfetto, non ero pronto come quelli che avevano corso tre ultramaratone di preparazione, non ero pronto secondo nessun parametro oggettivo che la mia mente potesse individuare.
Ma ero presente. E c’è una differenza enorme.
Essere pronti è un concetto che guarda al futuro: sarò capace di affrontare ciò che verrà? Essere presenti è un concetto che guarda a qui: ci sono. Con tutto quello che ho e tutto quello che non ho. Con le viti nei piedi, lo zaino pesante e il sacco a pelo piegato male. Ci sono.
Non è coraggio. Il coraggio è sopravvalutato e, comunque, è un’altra narrazione. È qualcosa di più semplice e meno fotogenico: è la decisione di non scappare dal momento in cui sei, anche quando quel momento ti dice che non sei abbastanza.
Jon Kabat-Zinn lo chiama “full catastrophe living”. Vivere intera la catastrofe, senza tagliare via i pezzi che non ci piacciono. Quella mattina nel deserto, ero io la catastrofe: le mie paure, i miei limiti, il mio corpo imperfetto, la mia preparazione discutibile. E la pratica non ha rimosso nulla di tutto questo. Mi ha solo permesso di portarlo con me invece di lasciarlo decidere per me.
Il bluff, scoperto
A posteriori, lo so: non tutti quelli che sembravano pronti lo erano, o semplicemente hanno incontrato qualche imprevisto. Il francese coi polpacci tatuati magari ha avuto una crisi al terzo giorno. La tedesca, col sacco a pelo perfetto, forse si è ritirata al quinto. E io, il bluff, quello che non doveva essere lì, c’ero ancora. Non perché fossi più forte. Non perché la meditazione mi avesse dato un superpotere. Ma perché avevo smesso di credere alla voce che mi diceva di andarmene.
Ed è qui il rovesciamento. Avevo creduto di essere io il bluff, l’impostore infiltrato in un gioco più grande di lui. Il deserto ha mostrato un’altra cosa: il bluff era la paura. Era lei la truffatrice. Quella che si era seduta al mio tavolo con un mazzo di carte truccate e mi aveva convinto che la partita era già persa.
La paura non se n’è andata. È venuta con me nel deserto, chilometro dopo chilometro. Ma era una compagna di viaggio, non il navigatore. La differenza la fa tutta.
E se c’è una cosa che porto a casa dal Sahara, oltre alla sabbia in posti che non nominerò, è questa: il bluff della paura funziona solo se non lo guardi in faccia. Funziona nel buio della stanza d’hotel, nella solitudine della sera prima, nel confronto silenzioso con gli altri. Ma nel momento in cui ti siedi o resti sdraiato su un materassino gonfiabile e guardi, il gioco si rivela per quello che è.
Non siamo noi il bluff. Non lo siamo mai stati e non lo siamo mai state. Il bluff è la voce che dice che non dobbiamo essere lì.
E tu puoi alzarti, allacciarti le scarpe e andare nel deserto.
Con tutto.
