Nel deserto non scegli con chi dormire. Ti assegnano una tenda, ti danno un numero, e quello è il tuo mondo per una settimana. Otto persone sotto un telo berbero aperto su un lato, stretti come sardine in una scatola che odora di sudore, di crema solare e di umanità concentrata. Non c’è privacy. Non c’è spazio personale. Non c’è nessun posto dove nascondersi.
Ed è esattamente per questo che funziona.
Il deserto fa una cosa che la vita normale non fa quasi mai: ti toglie dal fare. Ti toglie il ruolo, il titolo, la bio di Instagram, il biglietto da visita. Ti toglie tutto ciò che usi per presentarti al mondo e ti lascia lì, con ciò che sei. Non quello che fai: proprio quello che sei. E quando otto persone si ritrovano in quello spazio, senza filtri, senza la possibilità di tornare ognuno nella propria bolla alla fine della giornata, succede qualcosa che nella vita di tutti i giorni richiede mesi, a volte anni e una grande dose di fortuna: ti incontri davvero.
Nella pratica contemplativa la chiamiamo “common humanity”, l’umanità condivisa. L’idea che sotto le differenze, sotto le storie, sotto i curriculum, ci sia qualcosa di comune che ci lega. Detto in un’aula, suona bene. Vissuto nella tenda 28, con la sabbia tra i denti e le gambe di qualcun altro sulla faccia, diventa qualcosa che non devi più spiegare.
Gli otto
Siamo in otto nella tenda 28. Otto vite diverse che, per una decina, di giorni diventano una sola. Non c’è gerarchia tra di noi. Non c’è chi conti di più e chi di meno. C’è solo questo: siamo insieme, ridiamo insieme, soffriamo insieme e, alla fine di ogni giornata, torniamo tutti sotto lo stesso telo. Quello che vi racconto adesso non è una classifica. È una fotografia di famiglia.
Christian. Superatleta, Ironman, Norseman, uno di quei fisici che quando li vedi pensi che la genetica abbia avuto una giornata particolarmente ispirata. Ma non è il tipo che te lo fa pesare. È il tipo che ti aspetta, che cammina al tuo passo quando il tuo passo è un insulto al concetto stesso di velocità, e che alla fine attraversa il traguardo con te in mezzo a una tempesta di sabbia come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Franco. Veterano delle ultra e dei deserti, ex CEO nel mondo del trail running, ora vive in Texas. Ha visto più sabbia di un tuareg e più scarpe da corsa di chiunque sulla faccia della Terra. Parla poco e, quando parla, ha il peso specifico di chi ha già visto tutto. È stato lui, la notte in cui avevo deciso di ritirarmi, a sedersi accanto a me e dirmi la cosa più intelligente che potesse dirmi: che non era “non mollare.” Ma di questo vi racconto tra qualche riga.
Alessandro. Roma, una carriera costruita nelle forze speciali. Quelle vere. Ha la faccia di chi non si impressiona facilmente e, infatti, non si impressiona facilmente. E ha un cuore enorme. Ogni mattina, quando arrivo alla linea di partenza zoppicando con il mio avampiede da caso clinico, mi guarda e dice: “Mi raccomando, ci vediamo alla tenda.” Come un ordine. E poi quando arrivo, ogni volta, nei suoi occhi c’è qualcosa che somiglia pericolosamente a commozione. Non so se lo ammetterebbe mai. Ma io lo vedo.
Andrea, il nipote di Franco. Il più giovane della tenda. Vive a Parigi, lavora nella moda, e sta costruendo la sua carriera da trail e ultrarunner. Ha uno zaino che è un capolavoro di ingegneria: leggero, impeccabile, e dentro c’è tutto quello che serve. Tutto. Cerchi un cerotto? Andrea ce l’ha. Un elastico? Andrea. Un attrezzo che non sapevi esistesse, ma che risolve esattamente il tuo problema? Andrea lo tira fuori dal nulla con la naturalezza di chi ha fatto una packing list con la stessa cura con cui altri scrivono testamenti. E il suo zaino resta di un bianco candido anche in mezzo alle tempeste di sabbia. Un miracolo inspiegabile.
Enrico. Imprenditore, triatleta, vive tra Milano e Cagliari, ha vissuto all’estero a lungo. Per farvi capire cosa vuol dire affinità elettive: di notte, durante la tappa da 100 km, camminiamo insieme. A un certo punto, nel cuore del buio, tira fuori l’iPhone e fa partire “Bombtrack” dei Rage Against the Machine. L’unica canzone ascoltata in tutta la settimana, a parte quelle che mettevano alla starting line e quelle che la tenda dei russi accanto a noi ci costringeva a subire. Il deserto, le tre di notte, i piedi distrutti e Zack de la Rocha che urla. Ha senso. Non chiedetemi perché, ma ha senso.
Gianluca. Vive in Francia, anche lui è un triatleta esperto… e ha anche una medaglia olimpica, ma questa è un’altra storia. È tranquillo, saggio, quello che ha sempre la temperatura emotiva giusta e un senso dell’umorismo che arriva sempre al momento esatto. Sa gestire il ritmo, il suo, quello della tenda, quello della conversazione. E, cosa non da poco, apprezza davvero i miei taralli. Li apprezza sul serio. In una settimana nel Sahara, chi apprezza i tuoi taralli con sincerità è un amico per la vita.
Davide. Locarno. Parapendio, alpinismo, camminatore. Una macchina inarrestabile nel senso più letterale del termine. Senza mai perdere ritmo e compostezza, si ferma,documenta, scambia parole con tutti, sembta che la fatica non esista per lui. Nella tappa da 100 km e, a dire il vero, per quasi tutti i 270 km, è lui che non mi molla. Non in senso figurato, proprio non mi molla. Camminiamo insieme, di notte, per ore, e nei momenti di difficoltà si gira e grida: “Giacomo!” Così, secco. Per assicurarsi che sono ancora lì, che non mi sia perso nel buio o nei miei pensieri. E io sono lì. Ogni volta. Alla fine dei 270 km, al traguardo di Merzouga, siamo in tre: io, Christian e Davide, e intorno a noi c’è una tempesta di sabbia che non ci fa vedere a due metri. Ma ci vediamo tra noi. E basta.
Ognuno di loro mi ha tenuto in piedi a modo suo. Con un gesto, uno sguardo, una battuta, una presenza. Non c’è un ordine di importanza. C’è solo gratitudine.
La mattina
Ogni mattina andiamo insieme fino alla linea di partenza. Cantiamo “Highway To Hell”. Ci abbracciamo. Poi ci smistiamo ognuno secondo i diversi ritmi: chi corre, chi marcia, chi parte piano e accelera dopo. Ma c’è un filo invisibile che ci tiene legati. Non lo vedi, ma lo senti. Sai che da qualche parte, davanti o dietro di te, ci sono le tue persone. E che, alla fine della giornata, vi ritroverete sotto lo stesso telo.
Durante la tappa, ogni tanto mi scappa un “stasera quando arrivo a casa…” e qualcuno sorride. Casa. La tenda 28, aperta su un lato, con la sabbia che entra da ogni dove e otto materassini a un centimetro l’uno dall’altro. Casa.
La sera
C’è un momento della giornata nella tenda 28 che vale tutto il resto. È la sera, dopo la tappa, dopo la tenda medica, dopo aver mangiato qualcosa di liofilizzato che ha un rapporto molto creativo con il concetto di sapore. Sono sdraiato, i piedi pulsano, e intorno a me ci sono sette persone che stanno esattamente come me.
E lì si parla. O non si parla. Dipende dalla sera. Ma anche quando non si parla, c’è qualcosa. Una vicinanza che non ha bisogno di essere dichiarata. Condividiamo tutto: fuoco, cibo, cerotti, consigli, battute pessime, silenzi. Io perdo qualsiasi cosa, un talento che nel deserto raggiunge livelli quasi artistici, e qualcuno la ritrova sempre. O finge di non aver visto dove l’ho messa per risparmiarmi l’imbarazzo. Oppure, se proprio non c’è speranza, mi presta la sua.
Ma soprattutto si ride. Si ride tanto. E non è quella risata educata da salotto, ma quella risata che ti viene su dalla pancia quando sei stremato, quando non hai più energie per tenere su nessuna maschera, e l’unica cosa che puoi fare è ridere come un deficiente per qualcosa che, in qualsiasi altro contesto, non farebbe ridere nessuno. Scoppio a ridere anche alle 5 di mattina, quando Ale, con quel romanesco che non risparmia nessuno, mi guarda e fa: “A Giacomo, stiamo tutti già pronti e te manco hai sgonfiato er materassino.” Ha ragione. Sono l’ultimo. Ridere insieme nel deserto è un atto di resistenza.
La notte del ritiro
La seconda sera, quella in cui avevo deciso di ritirarmi, Franco si è seduto accanto a me. Non mi ha detto di non mollare. Non mi ha fatto il discorso motivazionale. Mi ha detto una cosa che solo uno con la sua esperienza poteva dire: “Ho avuto tanti atleti, e quando le cose non vanno è saggio ritirarsi. Senza pressione, se vedi che è necessario. L’importante è che tu non arrivi a odiare questa esperienza e non la voglia fare mai più.”
È la cosa più generosa che puoi dire a qualcuno in quel momento. Non “resisti.” Non “dai che ce la fai.” Ma: proteggiti. Proteggi il tuo rapporto con questa cosa. Non sacrificare il futuro sull’altare dell’oggi.
Mi sono addormentato con quelle parole. E la mattina dopo mi sono infilato la scarpa.
The bivouac
E poi c’erano tutti quelli che il deserto ti mette sulla strada e che diventano parte della tua storia senza che tu l’abbia pianificato.
Gli altri italiani, prima di tutto: i due Andrea, Asia, Umberto, Alessandro. Gente che macina chilometri con una naturalezza che ti fa sentire privilegiato a camminare con loro, persone generose e grandi di cuore con cui il legame si è costruito passo dopo passo, tappa dopo tappa. E Gianluca, altro milanese eroico che oltre ad avermi prestato qualche gel nella prima tappa, dove causa rottura dello zaino non avevo più cibo, ha finito la Marathon Des Sables con una tendinite, stringendo i denti giorno dopo giorno con un’ostinazione silenziosa che non ha bisogno di essere raccontata per essere capita.
Lee, ragazzo coreano con cui ho fatto amicizia sul pullman, ancora prima di mettere piede sulla sabbia. Di quelle persone che incontri per caso e capisci subito che siete sintonizzati sulla stessa frequenza.
E Tom, signore inglese, che durante una tappa in cui zoppicavo particolarmente mi guarda e mi dice, con il tempismo comico che solo un britannico può avere: “I know all about suffering: I’ve been married twice.” In mezzo al Sahara, con quaranta gradi e lo zaino sulle spalle, mi ha fatto ridere così forte che per un attimo mi sono dimenticato dei piedi.
Ouarzazate
La gara finisce, ma il legame no. A Ouarzazate, la città dove ci riportano dopo l’ultima tappa, scegliamo di pranzare e cenare insieme. Tutti i giorni. Come in tenda, ma seduti a un tavolo, con cibo vero, senza liofilizzati e finalmente, tutti profumati e puliti. Nessuno lo propone esplicitamente, succede e basta. È il modo in cui teniamo il filo teso fino all’ultimo, prima che ognuno prenda il suo volo e torni alla sua vita.
C’è qualcosa di commovente nel guardare le stesse persone con cui hai condiviso la sabbia, il dolore e i silenzi, adesso sedute a un ristorante, sbarbate e con addosso vestiti puliti, e sentire che non è cambiato niente. Che ciò che è successo sotto il telo berbero non fosse un’eccezione dovuta a circostanze estreme. Era la regola, solo che nella vita di tutti i giorni non le diamo abbastanza spazio.
Dopo
E poi torni a casa e lì scopri una cosa che non ti aspettavi: il deserto non finisce.
Ci si continua a scrivere. Sui social, su WhatsApp, con messaggi vocali mandati in macchina, dai trail dalla palestra. Ti arrivano foto, ricordi, battute che hanno senso solo per chi c’era. E non solo dai compagni di tenda…anche da gente che hai incrociato per qualche chilometro, con cui hai condiviso un tratto di duna o un checkpoint nel buio. I brasiliani che ogni volta che ti vedevano, urlavano “Forza Italia! Roberto Baggio!” e tu ridevi anche se era la quattordicesima volta. Gli australiani che ti raccontavano di aver avvistato un serpente, ma che rispetto a quelli australiani, non era poi così grande, con quella calma che solo chi convive con animali letali può avere.
Persone che hai sfiorato per un’ora, a cui non hai nemmeno chiesto il cognome, e che adesso ti mandano un cuore sotto una foto su Instagram come se vi conosceste da una vita. Perché, in un certo senso, è così. Vi conoscete. Avete condiviso la stessa sabbia, lo stesso sole, la stessa fatica. E quello basta.
Il deserto e l’incontro
Torno spesso a pensare a cosa succede tra le persone nel deserto, e perché ha una valenza che va oltre l’avventura sportiva.
La mindfulness ti insegna a togliere: le distrazioni, i giudizi automatici, le storie che ti racconti, il rumore di fondo. Ti insegna a restare con ciò che c’è, senza aggiungere nulla. Il deserto fa lo stesso, ma lo fa senza chiedere il permesso. Ti spoglia. Ti toglie il telefono, il ruolo, l’agenda, il controllo. E quando non hai più niente dietro cui nasconderti, l’unica cosa che resta da fare è essere lì. Con chi c’è.
La compassione ti insegna a riconoscere nell’altro la tua stessa fragilità, la tua stessa paura, il tuo stesso desiderio di farcela. Nel deserto non è una lezione — è un fatto. Vedi l’altro zoppicare e sai esattamente come si sente, perché il tuo piede fa la stessa cosa. Vedi l’altro crollare la sera e sai cos’è quel silenzio, perché è lo stesso che hai dentro te. Non devi immaginare la sofferenza dell’altro. La condividi. E da quella condivisione nasce qualcosa che non ha bisogno di essere costruito, perché è già lì.
È per questo che i legami del deserto resistono. Non sono basati su quello che fai, su dove lavori, su quanto sei veloce. Sono basati su quello che sei quando non hai più dove nasconderti. E quello non cambia. Non cambia quando torni alla tua scrivania, al tuo ruolo, alla tua vita. Resta. Come la sabbia che continui a trovare nei posti più improbabili settimane dopo il ritorno.
Non scegli con chi dormire. Ma a volte quello che non scegli è esattamente quello di cui avevi bisogno.
Otto sconosciuti sotto un telo berbero. Una settimana dopo, una famiglia.
