In un mese: un deserto, un cambiamento nella mia vita, un silenzio.
Forse in quest’ordine. Forse no. Quello che conta è che in trenta giorni mi sono ritrovato senza pelle in tre modi diversi e in nessuno dei tre avevo un posto dove nascondermi.
La sveglia suona alle cinque. Nel Sahara suonava alle cinque. Al ritiro suona alle cinque. Il corpo si alza prima dell’alba e non sa ancora cosa gli verrà chiesto, sa solo che gli verrà chiesto qualcosa.
Nel deserto la richiesta era chiara: corri e cammina. I piedi fanno male, il calore è una parete da scalare, lo zaino pesa, cammina e corri. Il corpo nel deserto è una questione aperta a cui puoi rispondere solo col corpo. Puoi solo stare dentro quello che c’è, passo dopo passo, e scoprire che “stare dentro quello che c’è” è la definizione più onesta che conosci di tutto quello che insegni.
Guido percorsi di mindfulness da qualche anno. Ho parlato di presenza, di corpo, di respiro. E poi mi sono ritrovato a camminare sulla carne viva nel Sahara e ho capito una cosa molto semplice: il corpo è il posto dove succede tutto, che tu lo voglia o no. È il terreno, il campo, la prima e ultima verità. Tutto il resto: le parole, i concetti, le cose che dici ai corsi, in quel contesto viene dopo.
Sul cuscino di meditazione il corpo chiede la stessa cosa, solo senza urlare.
Si sveglia alle cinque, si siede, e quello che arriva, anche se arriva nel silenzio, è tutto il rumore che il silenzio scopre. Il ginocchio che brucia. La schiena che protesta. La mente che parte, torna, riparte, si perde, si ritrova, si perde di nuovo. E la tentazione è sempre la stessa: contrattare. Trovare una posizione migliore. Trovare un pensiero migliore. Trovare una versione dell’esperienza che sia un po’ più sopportabile di quella che c’è.
Nel deserto non potevo. Sul cuscino non “devo”.
La differenza è sottile. Il gesto è identico.
Poche settimane dopo la Marathon des Sables ero seduto in un ritiro residenziale di mindfulness con Jon Kabat-Zinn: il biologo molecolare che negli anni Settanta ha portato la meditazione negli ospedali e nelle università, creando il percorso MBSR. L’uomo che più di chiunque altro ha mostrato che la consapevolezza è una cosa seria, universale, incarnata. Il mio caro, grande maestro. Il maestro dei miei maestri.
E, a un certo punto, Jon ha detto una cosa che mi ha fermato nel tempo.
Ha detto che la pratica è “the adventure of a lifetime”.
L’avventura di una vita.
La stessa identica frase che la Marathon des Sables usa come claim. L’avventura di una vita: duecentosettanta chilometri nel deserto, autosufficienza, la gara più dura del mondo. L’avventura di una vita: sedersi su un cuscino, chiudere gli occhi, restare.
Era la stessa frase che avevo letto cento volte sulle pubblicità della gara, sui banner al campo base, sulle magliette dei finisher… e adesso la sentivo dalla voce di un uomo di ottant’anni, seduto in silenzio, che diceva la stessa cosa ma diceva tutt’altro.
O forse diceva esattamente la stessa cosa.
Ad-ventura, dal latino ad-venire: venire verso. Ciò che sta per arrivare. Ciò che viene incontro. L’avventura, nella sua radice, non è qualcosa che vai a cercare. È qualcosa che ti viene incontro, se resti fermo abbastanza a lungo.
Perché l’avventura è il punto in cui smetti di contrattare con quello che c’è. Il punto in cui il corpo dice questo e tu rispondi sì, questo. Senza modificarlo, senza migliorarlo, senza cercare una versione più comoda della tua vita.
Nel Sahara ci arrivi per sfinimento. Sul cuscino ci arrivi per scelta. Ma il posto è lo stesso.
Quello che ho ritrovato nel ritiro era il senso di sangha. Di comunità. Di persone che si svegliano alle cinque senza doversi spiegare perché, che camminano in silenzio una accanto all’altra, che si siedono insieme sapendo che starci insieme cambia tutto, anche se nessuno risolverà niente per nessun altro.
È la stessa cosa che succede nel deserto, nella tenda, la sera. Sei distrutto. L’altro è distrutto. Le parole sono finite. E quel silenzio condiviso è una delle forme più pure di intimità che conosca.
Jon ha le radici profonde di un dharma che non si chiama tale. Che è tante porte per un’unica stanza. Che ti accompagna fino alla soglia e poi ti abbraccia. E l’abbraccio di Jon è quello di un uomo di ottant’anni che ti tiene come se avesse tutto il tempo del mondo, perché in quel momento ce l’ha davvero.
Sono partito per il Sahara convinto che fosse la cosa più difficile che avrei fatto quest’anno.
Lo era solo in parte.
La cosa più difficile è stata tornare. Tornare in una casa che era cambiata. Tornare in un corpo che portava addosso il deserto. Tornare in una mente che aveva perso le storie con cui si teneva insieme.
Ma tornare è anche l’unica istruzione che la pratica offre. Tornare al respiro. Tornare al corpo. Tornare a quello che c’è. A quello che c’è davvero… adesso, qui.
Wherever you go, there you are.
Ovunque tu vada, ci sei già.
È una constatazione. La cosa più semplice e più insopportabile che si possa dire a una persona che sta cercando di scappare da sé stessa o in qualche modo dalla vita: sei già qui.
E forse… forse… è proprio per questo che vale la pena restare.
Al collo porto la croce di Agadez. È l’amuleto dei Tuareg, il popolo del deserto. Indica un centro. Un punto di orientamento che sta dentro di te.
Mi piace pensare di non averla comprata. Mi piace pensare di averla trovata.
Come tutto il resto.
Perdere ciò che dobbiamo perdere, trovare ciò che dobbiamo trovare.
E in tutto questo flusso, restare aperti.
