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I piedi non mentono. Forse puoi mentire con la faccia, o puoi provarci. Io non sono dotato di questo talento. Puoi certamente mentire con la voce, con le parole, con la postura, con quella versione di te che presenti al mondo e che, dopo un po’, scambi per quella vera. Ma i piedi no. I piedi dicono esattamente come stai, e non hanno la cortesia di abbassare il tono per farlo.
Durante la prima tappa della Marathon Des Sables avevo scelto un approccio molto conservativo: camminare a passo spedito, assaggiare il terreno, calibrare l’alimentazione, adattarmi allo zaino pesante. Avrei avuto altri 230 km e 5 tappe per alternare marcia e corsa spostandomi sempre più verso quest’ultima. L’ego e la tentazione di partire forte, sotto la spinta dell’adrenalina, erano nemici capaci di compromettere l’esperienza.
E la prima tappa, di 35 km da Tafraoute a Sidi Ali, è trascorsa senza intoppi in quasi tutti i suoi aspetti. Nessun calo di energia, nessuna stanchezza particolare. La consapevolezza che l’ambiente è brutale e che tutto vada gestito al meglio.
Per quasi tutti gli aspetti… dal ventesimo km ho sentito che mi si stava formando una vescica sotto l’avampiede. Ero sorpreso: non mi era mai accaduto prima, e le scarpe con le ghette e le calze che stavo usando le avevo già testate abbondantemente.
A fine tappa mi sono diretto verso la tenda medica, ho aspettato pazientemente in coda dove venivamo smistati in tre file: vesciche semplici (automedicazione), vesciche complesse (quelle che necessitano delle cure di qualcuno), problemi medici generali. L’addetta dello staff ha esaminato il mio piede e ha stabilito che la mia era una vescica complessa. Mi ha affidato a qualcuno. La vescica occupava tutto l’avampiede e, ahimè, si era rotta.
Mi sono fidato delle mani che mi medicavano, del nastro che mi mettevano, dell’eosina prima iniettata e poi aspirata, delle parole “domani starai meglio.” Mi sono addormentato con quella fiducia addosso come una coperta sottile.
Ma il secondo giorno la coperta si è strappata.

Il prezzo di ogni passo
Durante i 40 km che mi portano fino ad Ouzina, mi accorgo che il punto caldo non è più caldo. È dolore. Ma non il dolore di fondo a cui ti abitui, quello che dopo un po’ diventa rumore bianco: no, questo è un dolore che ha un indirizzo preciso, una firma, una sua personalità. Quello che la benda copriva, e che adesso sento con una chiarezza che non avevo chiesto, sta diventando carne viva. L’avampiede non ha quasi più pelle. Cammino e appoggio direttamente su quello che dovrebbe stare sotto la pelle, e il piede me lo fa sapere con una sincerità che rasenta la maleducazione.
Ogni passo ha un prezzo. È aritmetica, geometria del deserto. Il piede destro appoggia, il dolore sale, il corpo compensa spostando il peso a sinistra, l’anca protesta, la schiena si torce, e il passo successivo costa un po’ di più del precedente. È un’inflazione del dolore, e non c’è modo di fermarla dall’interno. Posso solo decidere se continuare a pagare.
Arrivo a fine tappa, lascio subito lo zaino a “casa”, la tenda 28. Mi tolgo la scarpa: la benda è zuppa di sangue e altre sostanze che preferisco non catalogare. Zoppico fino alla tenda medica. Mi siedo. Tolgo la benda. L’infermiere guarda, e cambia faccia. Non è un cambiamento enorme, non è il cinema, nessuno spalanca gli occhi. È qualcosa di più sottile e, per questo, più inquietante: una contrazione impercettibile della bocca, un raddrizzamento della postura. Il linguaggio del corpo di chi ha visto qualcosa che non si aspettava. “Just a moment”. Chiama qualcuno.

Il bisturi
Arriva un ragazzo giovane, svelto, con occhiali, cappellino girato all’indietro e torcia frontale. È Benjamin, il responsabile di tutti i podologi della Marathon Des Sables, da quel momento una presenza fissa nel mio viaggio. Benjamin guarda, riflette. Chiama qualche medico in formazione attorno a lui, iniziano a scattare foto. Avrò più foto dei miei piedi che della gara, il mio avampiede sta facendo carriera come caso di studio e io non prendo nemmeno una percentuale. Benjamin non commenta. Indossa i guanti sterili da sala operatoria e prende il bisturi.
C’è un momento, tra quando vedi la lama e quando la senti, in cui il tempo fa una cosa strana. Si dilata. Non sto citando Sant’Agostino e la sua concezione del tempo interiore, parlo proprio in senso neurologico. Il sistema nervoso sa che sta per arrivare qualcosa, e rallenta tutto per darti il tempo di prepararti. Ma non c’è niente a cui prepararsi. C’è solo da stare lì.
Mi incide il piede. Toglie ciò che potrebbe causare complicazioni. Pulisce e disinfetta. Brucia. È un dolore pulito. Diretto. Un dolore che non ha alcuna intenzione di diventare una storia. È solo un fatto incontestabile. Prende una garza verde imbevuta di idrogel, trattata come il Sacro Graal, la posa su quello che resta del mio avampiede. Mi benda.
Poi alza lo sguardo e mi dice: “Se hai un antibiotico, prendilo.” Pausa. “Per noi sei ancora in gara.” Un’altra pausa. “Se la ferita non si infetta, il resto è solo una questione tua. Ci vediamo domani.”
Non mi dice “Ce la fai.” Dice: “Se riesci a reggere questo dolore.” C’è un’enorme differenza tra le due frasi. La prima è un incoraggiamento, una pacca sulla spalla, una cosa che si dice. La seconda è un referto. È un uomo che ha visto centinaia di piedi nel deserto e che mi sta comunicando, con la precisione clinica di chi non ha tempo per le storie, la situazione esatta in cui mi trovo. Né bella, né brutta. Mia.

La notte
Torno alla tenda. I compagni di tenda vedono. Non serve spiegare, vedono come zoppico, vedono la benda, vedono la faccia che faccio quando mi tolgo la scarpa. Giorni dopo, quando da “coinquilini” erano già diventati i miei fratelli, mi avrebbero confessato che, da quella seconda tappa, avevano pensato che mi sarei ritirato. Che ogni volta che mi vedevano arrivare al campo si sorprendevano. Ma non me lo dicevano. Mi dicevano il contrario. “Dai, Jack, non mollare.” “Domani andrà meglio.” Con la faccia di chi ci crede al cento per cento. È una forma di gentilezza molto specifica: mentirti per proteggerti, nascondere il proprio dubbio per non aggiungere peso al tuo. E ha funzionato.
Ed è lì che succede la parte che non si vede. Quella che non sta nelle foto, nei post, nei racconti al ritorno. La notte.
Non dormo davvero. Sto lì. Il piede pulsa nel buio come un secondo cuore, più in basso e più insistente. Intorno a me gli altri respirano, qualcuno russa, qualcuno si gira nel sacco a pelo, e io sono sveglio con il mio dolore e con il pensiero che lentamente, come un’acqua che sale, prende la forma di una resa.
Non è una decisione. Non è un momento drammatico in cui dici “basta.” È un lasciar andare. Un rilascio lento, quasi muscolare, come quando smetti di stringere qualcosa che tenevi in mano da troppo tempo e le dita si aprono da sole. Per me la gara è finita. Non lo decido. Lo sento. È nel corpo prima che nella testa, come tutte le cose vere. Penso già a chi lascerò il cibo e l’attrezzatura che potrebbero tornare utili.
Ripasso tutto. Come sono arrivato qui. Cosa ho fatto. Cosa non ha funzionato. La medicazione del primo giorno, probabilmente sbagliata. E, a un certo punto, smetto anche di pensarci. Il nastro dei pensieri finisce. Resta solo il corpo. E il dolore. E una specie di silenzio di quando non c’è più niente da dire. Niente da aggiungere. Chi pratica meditazione conosce questo posto. È il posto in cui arrivi quando tutte le strategie sono finite, quando la mente ha esaurito i suoi trucchi e non le resta che restare ferma. È il fondo. Ma è anche, stranamente, il punto più onesto in cui puoi trovarti.

La scarpa
La mattina della terza tappa mi alzo. Non sono “carico.” Non sono motivato. Non c’è nessuna colonna sonora, nessun discorso interiore alla Rocky, nessun “oggi ce la faccio.” C’è un piede che fa male e una scarpa da infilare. I miei compagni di tenda mi fanno sorridere, mi spronano, ma dentro c’è il buio.
Mi infilo la scarpa. Fa male. Ma entra.
E allora succede una cosa molto semplice. Così semplice che rischio di non vederla, perché non assomiglia a niente di quello che il mondo mi ha insegnato a riconoscere come significativo. Non penso alla gara e nemmeno all’arrivo. Penso: arrivo al primo checkpoint. Solo quello. E poi vediamo. E nel frattempo mi bevo questa alba e questo deserto fino all’ultima goccia.
È quello che nella pratica contemplativa chiamiamo presenza, anche se detta così sembra una parola da workshop aziendale, e meriterebbe qualcosa di più sporco, di più vero. È riduzione. Il mondo si restringe fino a diventare un passo. Non perché io scelga di restringerlo: non è una tecnica né una strategia, ma perché il dolore non mi lascia alternative. Il dolore è il più brutale degli insegnanti di mindfulness: ti riporta qui, adesso, in questo passo, che tu lo voglia o no.
Esco. Cammino. Fa male. Arrivo al primo checkpoint. E allora dico: ok. Vediamo il prossimo.

Il rituale
Dopo ogni tappa il rituale è lo stesso. Manon, una dottoressa, cerca segni di un’eventuale infezione. Benjamin guarda, valuta, decide cosa fare. Non spreca parole. Medica il grosso: la parte che richiede il bisturi, il tensoplast, le decisioni cliniche, e poi mi affida a qualcuno del suo team per il resto. Mi mette quelle garze verdi, quelle che nel deserto trattano come il Sacro Graal. Siamo diventati una specie di squadra fissa: io porto i piedi, loro portano il giudizio. A volte li guardo mentre lavorano e mi chiedo se sono così gentile con tutti o se è un trattamento speciale riservato a chi si presenta con un avampiede che sembra una cartina geografica. Il mio piede continua ad essere più fotografato di me. Quando mi danno i sacchetti marroni della pazzatura che usiamo per le funzioni corporee da usare come calzari da tenere al bivacco, scherziamo dicendo che tanto i miei piedi “look like shit”, quindi è una soluzione coerente.
E intanto la medicazione cresce. Ogni tappa richiede un’architettura più elaborata, più ingegnosa, più ambiziosa. Il problema è semplice: più copri, più il piede cambia forma all’interno della scarpa. Più cambia forma, più il resto del piede sfrega dove prima non sfregava. Risultato: altre vesciche. Ma queste sono vesciche normali, vesciche democratiche, le stesse che hanno tutti. E quelle posso medicarmele da solo. C’è una gerarchia anche nel dolore, e scopro che quando hai camminato sulla carne viva, una vescica onesta ti sembra quasi un gesto di gentilezza del piede. Come dire: ecco, questa te la gestisci tu. Ce la fai. È roba tua.

L’80°
Arriva la quarta tappa, la tappa da 100 km. La lunga. Quella che nella Marathon Des Sables chiamano “il tappone”, come se le altre fossero solo un riscaldamento particolarmente elaborato o un epilogo morbido.
Sono ormai più di 20 ore che sono in movimento continuo. È buio da ore ed io e i miei compagni abbiamo indossato la giacca antivento. Le nostre lampade frontali illuminano in lontananza un checkpoint, sentiamo anche la musica.
Si tratta del checkpoint dell’80° k, dove incontro Jasmine con il suo gilet arancione, distintivo del personale medico, e una sciarpa per proteggersi dalla temperatura poco clemente. Jasmine mi aveva medicato proprio il pomeriggio precedente, all’arrivo della terza tappa. Bellissima, bionda, dagli occhi azzurri, con quell’aria pulita che nel Sahara sembra un atto di sfida contro la polvere. E una delicatezza incredibile, il tipo di persona che ti fa sentire che il tuo piede è in buone mani anche quando il tuo piede non ha più molto da offrire.
Mi vede arrivare. E succede una cosa che non mi aspetto. Sono le tre di notte, si alza dalla sedia su cui si stava concedendo un po’ di tregua. Mi abbraccia, sgrana gli occhi azzurri e si lascia sfuggire un “c’est incroyable!” Io puzzo come una capra… anzi, una capra si offenderebbe per il paragone… ma lei mi abbraccia lo stesso, e in quel gesto c’è qualcosa che va oltre la professionalità, oltre il protocollo. È una persona che sa esattamente cosa c’è sotto quella benda, che sa quanti passi ci sono voluti per arrivare fin lì, e che ha deciso che quel momento merita un abbraccio, odore o non odore. È lo spirito della Marathon Des Sables.
Non piango. Ma ci vado vicino. E il bello è che non ci vado vicino per il dolore, a quello ormai ci ho fatto il callo, nel senso più letterale possibile. Ci vado vicino per la gentilezza. Perché il dolore lo reggi, in un modo o nell’altro. È la gentilezza che ti frega, soprattutto quando cresce nel deserto.

Il campo
Non è determinazione. La determinazione è una cosa della mente, un progetto, un “io decido che.” Questo è qualcos’altro. È più basso, più animale, più antico e infinitamente saggio. È il corpo che dice: posso fare questo passo. Non il prossimo, non l’ultimo, non quello tra un’ora. Questo.
Lontano da ogni eroismo. È preciso. E in quella precisione c’è qualcosa che assomiglia alla verità più di qualsiasi grande discorso sulla resilienza. Il corpo non è un mezzo per arrivare da qualche parte. È il campo. È il luogo dove tutto accade: il dolore, la resa, il passo successivo, il silenzio. Ci sei dentro.
E i piedi sono il punto in cui non puoi più mentire. Puoi raccontarti qualsiasi storia, che sei forte, che sei debole, che ce la fai, che non ce la fai, che sei un eroe, che sei un idiota. Puoi costruire qualsiasi narrazione. Ma se il piede cede, cede. E nessuna storia lo tiene in piedi.
Avevo pianificato tutto. Testato tutto. Controllato tutto. E i piedi hanno detto no. Di certo non per punirmi o per insegnarmi qualcosa, che io sappia, i piedi non hanno una pedagogia. Hanno solo detto la verità: non puoi controllare tutto. Non nel deserto, non nella vita. Puoi prepararti, puoi scegliere, puoi fare del tuo meglio, e poi il corpo ti ricorda che l’ultima parola non è tua.
E allora non resta molto. Resta solo questo: un passo. Se ci riesci. Non il senso della vita, non la lezione, non il takeaway da mettere nel post di Instagram. Un passo. Col piede che brucia. Sulla sabbia che scotta o sotto le stelle del Sahara. Con tutto quello che hai e tutto quello che non hai.
Un passo.