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Orfeo avrebbe controllato WhatsApp.
Ne sono abbastanza sicuro.
La stanza piena di strumenti musicali e poesie mai finite lambita dalla penombra. Il suo volto e i capelli lunghi da sciamano-rocker, illuminati solo dalla luce blu dello schermo del telefono. Avrebbe guardato l’ultimo accesso di Euridice, riletto diciassette volte l’ultimo messaggio e probabilmente mandato uno screenshot a un amico chiedendo:
«Secondo te cosa intende in questo punto?»
Del resto, il suo punto debole è sempre stato quello. Non riuscire a non controllare.
Lui, l’eroe umano di stirpe semidivina, capace di ammaliare animali feroci, piante, pietre e persino le divinità dell’Ade, alla fine non riuscì a non voltarsi.
La storia, più o meno, la conosciamo.
Orfeo ama Euridice. Euridice muore. E lui fa quello che facciamo tutti quando perdiamo qualcosa che non siamo disposti a perdere: decide che la realtà deve essersi sbagliata, che le cose non possono essere così.
Solo che Orfeo ha una cosa che noi normalmente non abbiamo: è Orfeo.
Suona e canta così bene da potersi permettere di presentare ricorso contro la morte.
Scende negli inferi. Suona. Le anime si fermano ad ascoltarlo. Persino Ade e Persefone si commuovono e gli concedono qualcosa che, da quelle parti, non rientra esattamente nella politica dei resi.
Può riportare Euridice indietro, ma a una condizione. Dovrà camminare davanti a lei e non voltarsi finché entrambi non saranno tornati alla luce, alla vita. Insieme.
Sembra facile, direte. Te lo hanno promesso, il tuo amore è salvo, fai un passo dopo l’altro.
Del resto, hai appena sconfitto temporaneamente la morte, hai fatto piangere le Erinni, hai fatto sedere Sisifo sulla sua pietra, diamine, puoi fare due passi guardando dritto davanti a te, ragazzo!
Già, sembra facile. Non lo è.
Perché Orfeo cammina e non sente né vede niente: è un sentiero ripido, stretto e avvolto dalla nebbia.
Non può sapere se Euridice sia davvero dietro di lui. Non può guardarla, non può allungare la mano per toccarla. Non può chiederle: «Ehi ci sei? Va tutto bene?» o dirle «Tieni duro, lo so che zoppichi ancora, ma siamo vicini alla luce!» Può soltanto continuare a camminare. Così Orfeo si volta, ed Euridice è lì.
L’amore della sua vita è a pochi passi da lui e lo guarda.
Per un istante deve aver provato un sollievo enorme.
Allora era proprio vero, aveva fatto bene a crederci. Lei tende le braccia.
Poi la perde.
Euridice capisce che è finita, il patto con Ade è stato rotto. Cerca Orfeo, cerca di afferrarlo. Ma le sue mani non afferrano altro che aria. Scompare nuovamente nell’Ade.
Ed è qui che, improvvisamente, un mito vecchio di migliaia di anni diventa terribilmente contemporaneo.
Perché noi, chi più e chi meno, verifichiamo continuamente. Se quella parola significava davvero quello che pensiamo significasse. Se la nostra versione dei fatti è confermata.
Controlliamo se qualcuno ha visualizzato. Se è online. Ripercorriamo una conversazione cercando il momento esatto in cui qualcosa è cambiato.
Formuliamo il messaggio perfetto, quello definitivo che finalmente farà capire all’altro quello che non siamo riusciti a spiegare nelle precedenti centosessantaquattro conversazioni.
Non sempre cerchiamo una risposta. A volte cerchiamo semplicemente di interrompere l’incertezza: la cosa che la nostra mente tollera meno di tutto.
Orfeo continua a camminare. Immagino il rumore dei suoi passi sul terreno umido e sconnesso. Uno, poi un altro. E dietro, niente. Nessun rumore, nessun respiro, nessuna certezza.
Quanto silenzio siamo capaci di sopportare prima di avere bisogno di sapere? È una domanda meno mitologica di quanto sembri. Vale nelle relazioni, naturalmente.
Ma vale anche quando aspettiamo l’esito di un esame. Quando il corpo fa qualcosa che non comprendiamo. Quando un lavoro sembra sul punto di finire e quando qualcuno che amiamo sta male. Quando abbiamo preso una decisione e non sappiamo ancora se fosse quella giusta.
La mente detesta questo spazio, questo vuoto senza capo né coda. La mente vuole sapere. E quando non può sapere, spesso preferisce una cattiva certezza a una buona incertezza. Così Orfeo si volta.
Ed è forse questa la parte del mito che trovo più feroce: Orfeo si volta per assicurarsi di non aver perso ciò che ama e, proprio nel tentativo di esserne sicuro, lo perde. Naturalmente sarebbe troppo facile trasformare tutto questo in una morale.
Non voltarti. Lascia andare. Vivi nel presente. Bla, bla, bla.
Tre frasi e abbiamo appena trasformato uno dei miti più dolorosi della nostra cultura in una tazza da colazione. Non credo che il punto sia solo questo, o almeno, non solo e non soprattutto. E non credo nemmeno che Orfeo sbagli perché è debole. Orfeo si volta perché ama. Così come ha attraversato gli inferi perché ama. Si volta perché ha paura e perché è umano. Argonauta, eroe, sciamano, umano.
Forse la questione interessante comincia un secondo prima, se la riportiamo al nostro ambito.
In quel minuscolo spazio in cui nasce il bisogno di voltarsi. La pratica contemplativa, almeno per come la conosco io, abita soprattutto lì. Non serve a impedirci di desiderare una risposta né a convincerci che perdere qualcuno vada bene. Che dovremmo essere sereni e serene quando stiamo aspettando un esito importante.
E certamente non serve a diventare quelle persone meravigliosamente equilibrate che, di fronte a una catastrofe sentimentale, fanno tre respiri consapevoli e poi preparano una tisana. Serve, forse, a riconoscere il momento in cui la mano sta già andando verso il telefono. A sentire il corpo che chiede certezza.
A vedere la mente che dice: «controlla, scrivi, chiedi, fai qualcosa!» E, qualche volta, almeno qualche volta, a non farlo immediatamente. Proprio perché ci importa moltissimo.
C’è una parola che, nella pratica, torna spesso: non-knowing. Non sapere. Non soltanto come dichiarazione filosofica, ma come esperienza fisica.
Fare un passo senza sapere cosa succederà al passo successivo. È molto meno rassicurante di quanto venga raccontato: a volte non sapere fa malissimo. A volte è una spina nel cuore. E nessuna quantità di consapevolezza trasforma immediatamente quella spina in un fiore di loto. Forse possiamo soltanto sentirla lì e continuare a camminare.
Orfeo non ce l’ha fatta. Francamente, non so se io ce l’avrei fatta, anzi forse avrei resistito meno di lui.
Forse avrei controllato WhatsApp già all’ingresso dell’Ade per farmi inviare la posizione precisa da Euridice.
Ma è per questo che continuo a tornare a quella scena. Un uomo cammina verso la luce, dietro di lui c’è tutto ciò che ama. Non può sapere se lo stia ancora seguendo.
Vorrebbe disperatamente voltarsi e, per qualche passo ancora, non lo fa.
Lascia stare quel telefono, Orfeo.
Continua a camminare.