Ci sono settimane in cui le parole pubbliche sembrano trasformarsi in pietre.
Dichiarazioni, post, titoli: tutto urla, tutto divide, tutto pretende di avere ragione e di indicare i colpevoli. In questi giorni, a molti sarà sembrato che non resti più spazio per la gentilezza o per il silenzio.
Eppure, è proprio in momenti così che vale la pena tornare a chi sa parlare con una voce diversa.
Mattie Stepanek aveva tredici anni quando scrisse questa poesia, l’11 settembre 2001. Non parlava di nemici, non chiedeva vendetta. Chiedeva di fermarsi, di tacere, di accorgersi.
Troverete qui la parola preghiera. È un termine che può suonare distante o religioso, ma nel senso originario rimanda al latino precari: chiedere, invocare, rivolgersi. Possiamo leggerlo anche come un gesto laico: un raccoglimento, un atto di attenzione, un tempo per tornare a ciò che conta. Pregare, in questo senso, non significa recitare formule, ma fare spazio.
La storia di Mattie
Mattie J.T. Stepanek nacque nel 1990 e fin da piccolo visse con una rara forma di distrofia muscolare (mitocondriale), la stessa malattia genetica che aveva portato via i suoi tre fratelli. Passò gran parte della sua vita su una sedia a rotelle e con l’ossigeno sempre vicino, ma non smise mai di scrivere poesie, che chiamava “HeartSongs”, i canti del cuore.
A soli 11 anni pubblicò la sua prima raccolta, che divenne un bestseller del New York Times. Ne seguirono altre, tutte accolte con entusiasmo da milioni di lettori. Collaborò anche con Jimmy Carter, che scrisse l’introduzione a uno dei suoi libri.
Mattie morì nel 2004, a soli 13 anni. Ma nei pochi anni che ebbe a disposizione seppe lasciare un segno profondo, trasformando la fragilità in una voce limpida, capace di parlare al mondo intero di pace, compassione e umanità condivisa.
Mattie scrisse questi versi come risposta a un trauma collettivo. Oggi li leggiamo dentro un presente che non è meno fragile.La sua voce ci ricorda che ogni giorno possiamo scegliere se aggiungere rumore o silenzio, giudizio o ascolto, vendetta o cura.
Non c’è bisogno di grandi proclami.
A volte basta fermarsi, fare silenzio, accorgersi.
For Our World
by Mattie J.T. Stepanek, 2001
We need to stop.
Just stop.
Stop for a moment.
Before anybody
Says or does anything
That may hurt anyone else.
We need to be silent.
Just silent.
Silent for a moment.
Before we forever lose
The blessing of songs
That grow in our hearts.
We need to notice.
Just notice.
Notice for a moment.
Before the future slips away
Into ashes and dust of humility.
Stop, be silent, and notice.
In so many ways, we are the same.
Our differences are unique treasures.
We have, we are, a mosaic of gifts
To nurture, to offer, to accept.
We need to be.
Just be.
Be for a moment.
Kind and gentle, innocent and trusting,
Like children and lambs,
Never judging or vengeful
Like the judging and vengeful.
And now, let us pray,
Differently, yet together,
Before there is no earth, no life,
No chance for peace.
Per il nostro mondo
by Mattie J.T. Stepanek, 2001
Trad. Jack Jaselli
Dobbiamo fermarci.
Solo fermarci.
Fermarci un istante,
Prima che qualcuno
dica o faccia qualcosa
che possa ferire un altro.
Dobbiamo fare silenzio.
Solo silenzio,
Un silenzio breve,
prima che si spenga per sempre
la musica che nasce nei cuori.
Dobbiamo accorgerci.
Solo accorgerci.
Un attimo soltanto,
prima che il futuro si sciolga
in cenere e polvere.
Fermarsi, fare silenzio, prestare attenzione.
In molti modi siamo uguali.
Le differenze sono tesori,
e compongono un mosaico
da coltivare, offrire, accogliere.
Dobbiamo essere.
Solo essere.
Essere per un momento
buoni e miti, fiduciosi e semplici,
come bambini, come agnelli,
non giudici, non vendicatori.
E ora, preghiamo —
ognuno a suo modo,
ma insieme —
prima che non resti terra,
né vita,
né possibilità di pace.
