Una pratica di mindfulness al Future Proof Society
“The antidote to exhaustion is not necessarily rest. The antidote to exhaustion is wholeheartedness.”
David Whyte
La scorsa settimana ero all’Aquila a guidare una pratica di mindfulness al Summit di Future Proof Society, un incontro internazionale che riunisce innovatori, filosofi, attivisti, ricercatori e artisti per immaginare insieme società capaci di restare umane nell’incertezza del futuro.
Non a parlare, non a spiegare. A far sedere. A far respirare. A far ascoltare.
Eppure, in quell’invito silenzioso, si nascondeva per me una domanda urgente: cosa c’entra la mindfulness con il futuro?
Viviamo in un tempo che premia chi corre, chi performa, chi ottimizza. Anche la meditazione, se non promette risultati misurabili, viene spesso ridotta a sottofondo, a tappeto sonoro, a decorazione. A tecnica operativa per aumentare efficacia e produttività. O peggio ancora: a via d’uscita.
E invece la mindfulness non è sottofondo. Non è un tappeto, ma la terra viva sotto i piedi. Non sfondo, ma presenza che risuona. È una sveglia che suona. È una forma di testimonianza incarnata, etica silenziosa, postura viva. Non si limita a calmare: scuote, o meglio, permette di essere scossi e scosse. Non invita a chiudere gli occhi sul mondo, ma a tenerli aperti, per esserci davvero e poi, necessariamente e inevitabilmente, per esserci anche per gli altri.
Thich Nhat Hanh lo diceva chiaramente:
“The best way to take care of the future is to take care of the present moment.”
Per lui, la mindfulness non era una pratica privata né una tecnica di rilassamento. Era una responsabilità sociale. Una forma di attivismo silenzioso. Una rivoluzione gentile che parte dal respiro ma arriva alle scelte politiche, economiche, ecologiche.
Non è difficile rendersene conto, l’unico vero momento che abbiamo per agire è il presente.
I praticanti e i maestri portano avanti questo stesso seme. Anche Jon Kabat-Zinn lo ricorda:
“The only time we ever have to grow, to change, to heal, and to love is the present moment.”
Non parlano del futuro come se fosse un problema altrui, un aggiornamento imprevedibile, un algoritmo. Ma come di qualcosa che sgorga da ogni gesto fatto con consapevolezza. Un modo di stare in relazione. Di ascoltare. Di restare umani, anche quando fa male. Senza bisogno di anestesia.
E allora: cos’è una Future Proof Society?
In inglese, “future-proof” è un termine tecnico: vuol dire a prova di futuro, in grado di reggere il futuro. Ma mentre camminavo per l’Aquila, così bella e così ferita, mi è venuto in mente come “proof” significhi anche prova, testimonianza, evidenza vivente.
E se una Future Proof Society fosse una società che non si prepara al futuro, ma che testimonia già ora, nel modo in cui respira, vive, cura, il futuro che vuole vedere?
Non blindata. Non ottimizzata. Ma vulnerabile, radicata, interdipendente. Capace di restare. E soprattutto responsabile. Siamo noi stesse e noi stessi la testimonianza incarnata del futuro che ci aspetta, e siamo chiamati e chiamate a risponderne.
Responsabilità come abilità nel rispondere alle domande incalzanti e urgenti che il clima, la politica e la società ci pongono davanti. Responsabilità, concedetemi un volo pindarico etimologico, come res spondeo: sposare la cosa, le cose, il mondo, gli altri. E quindi il futuro.
Guidare una pratica a L’Aquila, dunque, città scossa ma viva, è stato un gesto semplice e potentissimo. La mindfulness in quel contesto non era un lusso. Era una forma di presenza reale. Un modo per stare in mezzo alle rovine del tempo senza far finta che non esistano. Per stare anche accanto a chi non ha voce, a chi è stato dimenticato, a chi non può permettersi di correre.
La mindfulness è il contrario di “bulletproof”, a prova di proiettile. Non ti rende invulnerabile. Ti rende poroso. Ti fa sentire. Ti rimette in contatto col fatto che esistere significa anche ferirsi, cambiare, accogliere, rispondere. È, nel senso più radicale, un atto politico: coltivare la presenza in un mondo che ti vuole distratto è una forma di ribellione gentile.
Alla fine della pratica che ho guidato, non c’era silenzio. C’era ascolto. C’era quella strana qualità del tempo quando ci si ferma tutti insieme: presenza condivisa. Un campo che ci includeva e ci ricordava che, anche senza parlare, stavamo scegliendo, per un momento, di vivere con intenzione.
E forse, tra tutti i futuri possibili, quello che desidero di più è questo: un futuro che si può abitare. Un futuro che sa restare. Un futuro che sa essere responsabile e rispondere. Un futuro che non è proiettato o solo pensato, ma vissuto. Incarnato. Nel momento presente.
“Ask the questions that have no answers. Put your faith in the two inches of humus that will build under the trees every thousand years. Laugh. Be joyful though you have considered all the facts. Practice resurrection.”
Wendell Berry
