Prima il contatto.Poi, forse, la calma. Perché la calma passa e l’intimità ti cambia.
Roviniamo subito la brochure dai colori pastello.
La mindfulness non è calma. È intimità.
Se pratichi mindfulness per sentirti calmo o calma, stai cercando nel reparto sbagliato.
La calma è la strategia di marketing. L’intimità è la pratica.
Quando ho iniziato a meditare, non cercavo certo intimità. Cercavo sollievo. Sollievo dall’ansia, dai loop ossessivi, dalla sensazione che la mia mente fosse una stanza piena di luci senza interruttore. Mi sono seduto perché ero stanco di combattere. Volevo che il rumore si abbassasse. Invece, sulle prime, è quasi aumentato.
Diciamo la verità:
Nessuno si sveglia pensando: «Oggi voglio una prossimità radicale con la mia paura irrisolta».
Ci svegliamo pensando: «Come arrivo a fine settimana senza esplodere?»
Diciamo di volere pace quando in realtà bramiamo controllo.
Controllo sul corpo, sull’umore, sul futuro, su come veniamo percepiti e percepite mentre gestiamo tutto con apparente competenza.
Quando quel controllo si incrina lo chiamiamo burnout. Ma non è sempre troppo lavoro. A volte è troppa distanza.
Distanza dal corpo. Distanza dalla rabbia mai digerita, da bisogni che non hanno mai avuto il permesso di esistere.
Possiamo funzionare benissimo e non riconoscerci allo specchio. Possiamo essere disciplinati e non sentire nulla.
Possiamo essere ottimizzati, performanti e spenti, spente.
Io ci sono passato…in tutte le versioni.
La mindfulness, quando smette di essere slogan, fa una cosa sola: rimuove l’anestesia.
Prima della calma c’è il contatto.
Ti siedi e diventi intimo e intima della mandibola serrata da anni.
Sei vicino al cuore nel petto che si prepara, battendo all’ impazzata, ad un futuro che non è ancora arrivato. Vicino al pensiero che dice: se mi fermo, tutto crolla.
Non diventi calmo, calma. Diventi sincero, onesta.
Sincero sulla stanchezza. Sull’aggressività travestita da produttività. Su quanta della tua ambizione sia paura che indossa una giacca sartoriale.
Ed è qui che molti e molte si fermano: perché l’intimità è prossimità senza sedazione.
O stai con il groppo nello stomaco, lo ascolti davvero, oppure inizi a spiegarlo. O senti il tremore nel corpo o inizi a costruirci sopra una teoria.
La calma ogni tanto arriva e non perché hai imparato un trucco o fatto tre respiri.
Arriva quando la lotta si allenta. Quando smetti di trattare con la realtà. Quando il corpo è autorizzato a essere com’è, anche solo per un istante.
La calma è un effetto collaterale, l’intimità è la pratica.
E l’intimità cambia le cose. L’intimità con i tuoi limiti richiede confini. L’intimità con la tua rabbia modifica il modo in cui parli. L’intimità con il tuo dolore ammorbidisce l’armatura. L’intimità con il tuo bisogno incrina l’immagine, lo stereotipo.
Il mercato del benessere vende serenità come se fosse detersivo. L’intimità, invece, è lenta, poco fotogenica, non ottimizzabile. Non esiste un dispositivo che misuri quanto siamo rimasti seduti e sedute a stretto contatto con la vergogna. Nessuna app che tracci la nostra onestà emotiva.
O restiamo, o scappiamo. E la fuga ci viene benissimo. La pratica, allora, non è diventare pacifici.
È smettere di abbandonarci.
Volevo sollievo. Ho trovato prossimità. E quella prossimità mi ha cambiato più della calma che inseguivo.
La calma va e viene. L’intimità ti cambia struttura nel profondo.
Se qualcosa in te si è riconosciuta in questo, allora non stai solo cercando la serenità. Stai cercando verità.
Quella dell’esperienza, non della teoria.
E questa è un’altra cosa.
E non sei sola, non sei solo.
Non lo sei mai stato, non lo sei mai stata.
