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Sono quattro anni che a Gennaio vengo in ritiro in questo posto.

Da quattro inverni trascorro una settimana nello stesso monastero cinquecentesco in silenzio a meditare.

Mica da solo, eh? Siamo in parecchi, non ci parliamo, ma siamo in buona compagnia.

Le giornate di dividono tra pratiche di meditazione seduta e camminata. Durante queste ultime posso passeggiare lungo i bellissimi chiostri coperti o nel rigoglioso parco che circonda il monastero e il santuario attiguo.

“Ormai ne conoscerai ogni angolo”, direte voi. E non sbagliate, non di molto. Soprattutto se considerate che lo stesso capita una volta all’anno anche durante l’estate. Mattino, pomeriggio e sera. Settimana dopo settimana, anno dopo anno.

È proprio un vizio, lo so.

Ma ora è l’inverno di cui ci dobbiamo occupare. Perché immancabilmente, ogni Gennaio, durante quei momenti di condivisione che avvengono sul finire delle giornate di ritiro, più persone dichiarano entusiaste di aver ammirato vista e profumo della pianta di calicanto che cresce sui prati del monastero. Il calicanto è un arbusto dai fiori gialli, che sbocciano d’inverno ed emanano un profumo avvolgente e delizioso. Chi lo incontra ne rimane stregato, ammaliato da questa creatura che si ribella alle regole della natura e fiorisce nel momento più gelido dell’anno. Una sorta di simbolo che ci ricorda che la luce può splendere anche nei momenti più cupi.

Almeno così ho sentito, perché io non sono mai riuscito a trovarlo.

Ogni volta che qualcuno ne ha parlato in maniera entusiasta, quasi descrivendo un’esperienza mistica, mi sono messo a cercarlo in lungo e in largo, esplorando i giardini del santuario. Niente da fare.

Sono arrivato a pensare che, come una bestia mitologica, il calicanto apparisse solo a chi volesse lui. Una pianta elitaria e piuttosto snob, diciamo.

Devo anche ammettere che di ritiro in ritiro mi scordavo della questione, perciò quest’ anno ero bello sereno, si fa per dire, che mi facevo le mie meditazioni in santa pace. Anche qui, si fa per dire.

E poi, ecco che la questione si riapre quando vedo una persona passare per i chiostri con un rametto adornato di fiori gialli che emanano un profumo inebriante. Eccolo. È lui, il calicanto. Ed è profumatissimo. Lo sento anche io che non ho certo un olfatto sopraffino, au contraire. Un guanto di sfida in formato botanico. Questa volta devo trovarlo. Sono solo a metà settimana, mi dico, ho tutto il tempo per venire a capo di questo enigma.

Perciò per due giorni svolgo ogni pratica di meditazione camminata alla ricerca dell’arbusto di calicanto. Praticelli, aiuole, sentieri, alberi più o meno grandi. Nulla da fare.

Desisto, mi arrendo. I miei occhi non scorgono la pianta dai fiori dorati. E se non lo trovo usando la vista, di certo non potrò mai individuarlo sentendone l’odore. Sia quel che sia.

Passano un paio di giorni di sole, e arriva un tempo grigio e ventoso, cerco di rimanere il più possibile a contatto con il momento presente.

Mi trovo a camminare piano, lungo il vialetto di fronte alla scalinata centrale del monastero. La ghiaia scricchiola sotto le mie scarpe. Un passo, un respiro. Un passo, la resa incondizionata all’esperienza.

Arriva una folata di vento più forte delle altre, e porta con sé un profumo. Quel profumo.

Lo seguo, mi giro…a pochi passi da me ecco la pianta di calicanto.

Esattamente di fronte al monastero. Appena nascosta da due alberi. Chi sa quante volte l’ho guardata senza vederla mentre la cercavo con determinazione.

E poi, quando ho smesso di cercare…è arrivata. E nel modo più inaspettato. Cercavo di vederla, e ne ho sentito il profumo.

Ho smesso di cercare e ho trovato.

Che sia questa l’essenza della pazienza?