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Stamattina ero stanco, sono stanco.
Non solo per il concerto che ho suonato ieri sera, non solo per i chilometri degli ultimi giorni.
Ci sono anche cose più grandi di noi che irrompono senza bussare. E quella stanchezza lì non si misura in ore di sonno, ma in strati.
Non avevo voglia di scrivere. Ma l’ho fatto. Lo sto facendo proprio ora.
Non per dovere, non per disciplina cieca, ma per rimanere in contatto.
Con me stesso, con voi, con quello che ha senso anche quando sembra non averne.
Non è che, se insegni mindfulness, allora sei sempre centrato, sempre ispirato, sempre pronto a sorridere alle intemperie. Anzi.
Chi pratica davvero lo sa: è una strada che ti chiede presenza proprio quando vorresti chiuderti. Ti chiede sincerità quando vorresti raccontartela. Ti chiede di respirare proprio quando tutto si stringe.
È come con la corsa. Come con l’allenamento fisico.
Ci sono giorni in cui senti di spaccare il mondo. E altri in cui ti trascini a fatica, contando i passi, o facendo due push-up alla volta. Ma è lì, proprio in quei giorni, che si costruisce qualcosa di vero. La pratica funziona allo stesso modo, non serve a diventare perfetti.
Serve a esserci. Con tutto quello che c’è.
C’è una disciplina che non nasce dalla forza di volontà. Nasce dall’intenzione. Dalla scelta silenziosa, quotidiana, a volte stremata, di restare presenti.
Di non mollare la presa. Di continuare a camminare, anche piano, anche inciampando.
Jon Kabat-Zinn lo dice con parole chiare:

“Discipline provides the container for your practice. Without it, the mind will wander endlessly. But the discipline must be gentle, otherwise it becomes self-defeating.”
(Full Catastrophe Living, 2013)

E aggiunge:

“Mindfulness is not about getting anywhere else. It’s about being where you are and knowing it.”
(Wherever You Go, There You Are, 1994)

La pratica non è per i giorni perfetti. È per quelli in cui avresti mille scuse per non esserci. E ne scegli una sola: quella di restare.

Oggi sono qui. E oggi mi basta questo.