Sì, ma alla fine che cos’è questa mindfulness di cui si parla tanto?
È una tecnica di meditazione? Forse una sorta di religione? È un concetto sottratto a culture orientali e reso appetibile a noi occidentali indaffarati?
O forse è una sorta di terapia per sentirsi meglio, per rilassarsi? Ho sentito che, se respiro per cinque minuti al giorno, la mia ansia scompare…
Chi sa, magari è trovare qualcuno che ha le risposte alle domande della mia vita?
Ho sentito che è scientificamente provato che meditare elimina lo stress.
O forse è una cosa un po’ da fricchettoni, per gente che, sotto sotto, vive staccata dalla dura realtà quotidiana. Magari bisogna seguire qualche codice di abbigliamento, qualche regime alimentare.
E poi questo MBSR, questo acronimo inglese, sarà mica la solita esterofilia?
E come mai questo percorso dura solo due mesi? Poi cosa succede, c’è un livello 2? O peggio: non avranno mica ridotto a una pillolina intere tradizioni spirituali?
C’è talmente tanto caos semantico attorno a questa parola che è difficile non perdersi.
Ma vale la pena provare a mettere un po’ d’ordine. O quantomeno a togliere l’appannamento dalle lenti degli occhiali, per vederci un po’ più chiaramente.
Mindfulness, in italiano, viene tradotto solitamente con “consapevolezza” o “presenza mentale”, ed è a sua volta collegato al termine pāli sati (e al sanscrito smṛti). Nessuna di queste parole, però, coincide perfettamente con le altre.
Il punto, allo stesso tempo di arrivo e di partenza, è che mindfulness, consapevolezza, sati… non sono soltanto concetti. Sono esperienza viva. Forse addirittura l’esperienza stessa dell’avere esperienza.
Quindi nessun bigino, nessuna regola, nessuna scorciatoia potrà trovare una spiegazione al posto nostro. C’è una via da percorrere.Non a caso, nelle formulazioni più serie si fa quasi sempre riferimento a un processo, a un modo di prestare attenzione, più che a un concetto o a uno “stato” da raggiungere.
Alcuni esempi:
“Mindfulness significa prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e senza giudizio.
Questo tipo di consapevolezza favorisce una maggiore lucidità, chiarezza e accettazione della realtà così com’è nel momento presente. Ci risveglia al fatto che la nostra vita si dispiega soltanto momento per momento.
Se non siamo pienamente presenti in molti di questi momenti, rischiamo non solo di perderci ciò che nella nostra vita ha più valore, ma anche di non riconoscere la ricchezza e la profondità delle possibilità che abbiamo di crescere e trasformarci.”
Jon Kabat-Zinn
Qui ci sono già alcuni elementi fondamentali: l’intenzionalità, il presente, il non giudizio. Poi c’è Thich Nhat Hanh:
“Mindfulness significa mantenere viva la propria consapevolezza della realtà presente. È il miracolo attraverso cui ritroviamo padronanza di noi stessi e torniamo pienamente a noi.”
Thich Nhat Hanh
Qui entra un altro movimento: il ritorno. Alla realtà presente, certo, ma anche a noi stessi.
E poi Saki Santorelli:
“La mindfulness è una capacità umana universale: un modo di prestare attenzione al dispiegarsi dell’esperienza nel momento presente, che può essere coltivato, mantenuto e integrato nella vita quotidiana attraverso un’indagine profonda, sostenuta dalla disciplina continuativa della pratica meditativa.
Il suo scopo centrale è alleviare la sofferenza e portare alla luce la nostra natura essenziale.”
Saki Santorelli
Qui compaiono due parole che mi sembrano decisive: coltivare e disciplina. Nessun concetto, quindi. Nessuna via d’uscita semplice. Un’immersione nella vita, nella sua parte più profonda.
E l’MBSR?
Mindfulness-Based Stress Reduction, percorso di riduzione dello stress basato sulla mindfulness. L’MBSR non è “la mindfulness”. È una porta d’ingresso in questa stanza.
Secondo me una porta meravigliosa: ampia, concreta, rigorosa e infinitamente attraversabile.
Non comprime una tradizione millenaria in otto settimane.
Offre otto settimane abbastanza dense da permettere a una pratica di smettere di essere un’idea ed essere qualcosa che si può coltivare tutta la vita.
Il percorso l’ha concepito Jon Kabat Zinn, ed è proprio nel suo lignaggio e nella sua intenzione che io trovo stia la linfa che mantiene questo viaggio una fonte inesauribile di scoperte.
Che non è un “protocollo”, o forse sono io che ho l’orticaria a sentirlo nominare così, in barba all’equanimità.
È una via d’accesso, una via d’accesso a una parte di noi profondamente saggia che le condizioni sociali, culturali, storiche e chi più ne ha più ne metta, non ci spingono certo ad esplorare.
E allora, alla fine, che cos’è questa mindfulness di cui si parla tanto?
Forse la risposta più onesta è che non la si può capire del tutto standone fuori.
Anzi forse non la si deve nemmeno “capire”.
Possiamo definirla, studiarne le origini, discuterne i limiti, leggere gli studi scientifici, interrogarci sulle sue traduzioni culturali. Tutto utile, tutto necessario.
Ma a un certo punto bisogna sedersi.
Bisogna sentire il corpo, il respiro, la mente che scappa, il fastidio, la noia, il desiderio di alzarsi. E accorgersi che la vita, nel frattempo, è già qui.
L’MBSR, per me, serve esattamente a questo: non a dare una risposta definitiva, ma a creare le condizioni perché quella domanda possa diventare esperienza. Otto settimane non bastano per “imparare la mindfulness”, non basta una vita. Forse nemmeno più di una.
Possono però bastare per cominciare a incontrarla.
