Start Where It Stinks – Parte 2 (Le cinque cose che nessuno ti dice sull’accettazione)
Accogliere, accettare. Che belle parole. Sembrano pulite. Sembrano sacre. Ti senti quasi bene solo a dirle. E invece, quasi sempre la realtà stride, graffia.
Tutti parlano dell’importanza di accettare. Specialmente chi si occupa di pratiche contemplative. Ma pochi raccontano cosa vuol dire davvero, quando la vita pulsa, graffia, pesa.
Ecco cinque cose che avrei voluto sapere prima di imparare a provare a farci pace. In questo elenco ben conscio della sottile differenza semantica che portano con sé “accogliere” e “accettare”, e di cui abbiamo già scritto, userò entrambi come equivalenti.
Accettare non significa approvare.
Non è “mi piace”. Non è “che bello”.
Accogliere è piuttosto dire, o provare a dire: ok, è così. Ci sono.
Non mi piace, come potrebbe piacermi? Ma ci sono.
(Sembra poco. Forse è tutto.)
Accettare non ti fa sentire subito meglio.
Spesso fa sentire peggio.
O forse, semplicemente fa sentire.
Non nega, non respinge, non copre, Smettiamo di compensare, di negare, di resistere.
E tutto quello che abbiamo evitato – dolori, delusioni, ingiustizie, ci passa davanti. Come quando spegni la musica e senti il silenzio.
A volte spaventoso, destabilizzante, sempre vero.
Accettare è (anche) un fatto fisico.
Non succede solo nella testa.
Succede nella pancia, nel respiro, nelle mani che non serrano più i pugni.
I denti che non stridono più, le mani che si danno pace, un muscolo che si rilassa.
Succede quando lasciamo cadere le spalle, smettiamo per un istante di correggerci. Quando cessiamo di tenerci insieme con la forza, di tenerci insieme per forza.
Quando non lottiamo per diventare qualcos’altro.
Accettare non è l’ultimo passo.
È il primo, piuttosto. È la partenza, non l’arrivo.
È da lì che possiamo agire, cambiare, fare pace, scappare, restare. Ma se non accettiamo, se non accogliamo ogni passo sarà una fuga o una finzione.
È instillare una dose di responsabilità nella nostra vita, e con essa, indissolubilmente, una dose di libertà.
Accettare non ti rende speciale.
Non è una medaglia, non è una story in evidenza.
È solo il modo più umano che abbiamo per restare vivi mentre crolla qualcosa.
Anche se nessuno vede.
E qualcosa sta sempre crollando.
Quindi sì. Come dicevamo la settimana scorsa: “Start where it stinks.” Inizia dove fa male. Dove ti sei nascosta. Dove ti sei nascosto. Dove rimbombano cose non dette. Non per diventare migliore. Per andare avanti.
“True spiritual maturity is not found in perfection, but in the acceptance of the flaws, the tears, the moments of grace and the broken places in our lives.”
Jack Kornfield, The Wise Heart
