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(manuale semiserio per accogliere anche ciò che puzza)

Accogliere è facile finché tutto profuma.
Finché l’atmosfera è giusta, la musica è quella chill, e tu ti senti spiritualmente abbronzato.
Ma l’accoglienza vera, quella senza filtri, senza profumi essenziali, senza didascalie motivazionali,  comincia quando qualcosa puzza.

Letteralmente o metaforicamente:
il corpo, una memoria, un pensiero molesto che sa di chiuso.
La puzza è il segnale. È lì che si apre il lavoro.

Il fisioterapista e il gancio dell’amore

Ieri il mio fisioterapista mi ha passato un uncino metallico sull’anca come se stesse pescando qualcosa che non voleva venire su.
Mi ha detto: “È un bene se domani fa più male.”
Oggi fa più male.
Quindi a quanto pare sto guarendo.
Accogliere è questo: fare più male per fare meglio.
Ma serve fede. E ghiaccio.

Il runner e l’odore della verità

Dopo dodici chilometri sotto il sole di Milano, tolgo le scarpe.
Il mio corpo mi guarda e mi dice: “Benvenuto dove non volevi stare.”
E io accolgo.
Anche se il mio piede ha qualcosa da dire che non suona come un mantra tibetano.

La mail che non dovevi riaprire

Alle 00:43 apro una vecchia mail di lavoro.
Una di quelle in cui i minuti sono diventati ore, le ore mesi, e poi anni di fermentazione silenziosa.
Una promessa lasciata lì a decomporsi, come un resto.
Oggi è una massa compatta di letame emotivo che, in un angolo del cuore, vorresti ancora consegnare a chi non ha mai risposto.
Ma non lo fai.
Accogliere è questo: sapere che puzza, ma non usarla come arma.

Accettare non vuol dire approvare

Accogliere non è dire che va tutto bene.
Non è benedire il gancio del fisioterapista, né la puzza delle scarpoe da running o la maglietta sudata, né le mail mai risposte.
Accogliere vuol dire smettere di fare la guerra alla realtà.
Non cercare subito di sistemarla, o di capirla, o di superarla con una corsa, una frase motivazionale, o uno screenshot da mandare a un amico con scritto “ma guarda che roba”.
Accogliere vuol dire stare.
In quel posto lì.
È il contrario del controllo.
È lasciare che qualcosa faccia un po’ male — senza aggiungerci sopra la storia di come dovrebbe andare.

Pema, Fabrizio e l’arte del letame

Pema Chödrön scrive:
“Start where you are[…]That’s a very rich place to start—juicy, smelly”
Non dice: “Start where it’s nice.”
Non dice: “Start when sei guarito, più lucido, più degno.”
Dice: iniziare lì dove sei, anche se sa di cantina chiusa, di ansia sudata, di roba che non vuoi guardare.

Anche Fabrizio De André, con la sua voce impastata di fumo e misericordia, lo diceva a modo suo:
“Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior.”

E tra il diamante e il fiore c’è un tempo che non si può saltare:
il tempo del fermento.
Del puzzo.
Del non ancora.
È lì che si gioca tutto.
Se non scappi…se non impacchetti tutto per farlo sembrare altro…allora, forse, qualcosa cresce.
Non per magia.
Per compostaggio dell’anima.

Ci sono cose molto più difficili con cui fare i conti.
Lo sappiamo. Le vediamo. Alcune le portiamo dentro.
Eppure anche quelle piccole — una puzza, una memoria, una tensione all’anca — hanno qualcosa da dire.
Non servono subito soluzioni, risposte, svolte.
Forse, oggi, serve solo restare un momento in presenza.

Anche se l’odore non è dei migliori.
Anche se la tentazione è di uscire da sé.
Anche se non c’è nulla da migliorare, da spiegare, da perdonare.
Solo restare.
Qui.
A fermentare un po’.