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L’estate ha un suo ritmo. I giorni si allungano, la luce indugia, il caldo allenta la presa. Le abitudini si sciolgono un po’, i gesti rallentano, e anche le parole si prendono il lusso di restare in sospeso. È una stagione che, se glielo permettiamo, apre intercapedini nel tempo — e in quelle intercapedini può entrare qualcosa.
Qualcosa che non possiamo programmare, ma che possiamo riconoscere quando arriva: la meraviglia.
Non è un fare in più, la meraviglia. Non si ottiene aggiungendo attività o riempiendo le agende, così come la mindfulness non si pratica spuntando caselle. È piuttosto un modo di stare in ciò che già accade. E d’estate il mondo ci offre naturalmente il terreno per farlo: una pausa più lunga tra un impegno e l’altro, un respiro profondo all’ombra, l’odore della sera che si fa attendere.
Aristotele lo diceva chiaramente: «La meraviglia è l’inizio di ogni conoscenza». Ma quella conoscenza non è accumulare: è togliere, è spogliare lo sguardo da ciò che crede di sapere.

Allora facciamo così: quest’estate ci lasciamo con un’unica pratica, un patto tra me e voi.
Ogni giorno, almeno una volta, fermiamoci davanti a qualcosa — un volto, un albero, una tazza di caffè, il colore del cielo — e guardiamolo come se fosse la prima volta.
Come se, all’improvviso, ci fosse stato restituito dopo anni, o come se non sapessimo nemmeno dargli un nome.

Proust scriveva nella Recherche che: «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi».E se abbiamo nuovi occhi, allora possiamo ricordarci che, come dice a sua volta Wilde, «Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile».

Quello che vediamo tutti i giorni è il primo a scomparire dietro la patina del già visto.
Il nostro “compito”, meglio invito, per le piccole o grandi pause, allora, è semplice: soffiare via quella patina, ogni giorno. Lasciare che il mondo, così com’è, ci sorprenda di nuovo.

E tornare a settembre con un cuore che ricorda come si fa.