Ed eccoci qui, sazi e forse appesantiti dai banchetti natalizi, pronti e pronte ad affrontare una nuova, ultima notte dell’anno. La Terra ha compiuto la sua orbita intorno al Sole e noi sulla sua superficie ci siamo agitati, odiati, fatti la guerra, aiutati, trucidati, amati.
E in questo calo di tensione che dura qualche giorno, in cui i fili del tempo sembrano afflosciarsi, si affollano sulla soglia della nostra mente miriadi di dardi pronti ad essere scoccati verso un futuro che speriamo migliore: è il tempo dei propositi.
Propositus, ciò che viene posto innanzi, in termini di importanza, ma anche esposto, offerto in un certo senso.
Ci occuperemo di più della nostra forma fisica, cureremo maggiormente l’alimentazione, faremo quel viaggio, ci adopereremo per leggere in abbondanza. Certamente saremo più oculate, non lasceremo che altre persone prosciughino le nostre risorse emotive, e immancabilmente diventeremo ordinatissimi.
I propositi quasi sempre si trasformano in “dover fare”, “dover essere”.
Il rischio è quello di trovarci ad ingaggiare una lotta strenua, quasi insostenibile. E spesso di deporre le armi al primo colpo ricevuto.
Ma cosa accadrebbe se al posto di cambiare le nostre azioni, iniziassimo a cambiare la nostra relazione con queste?
Tanto per cominciare, quanto suona diverso pensare: “posso dedicarmi maggiormente alla mia salute fisica” rispetto a “devo dedicarmi alla mia salute fisica”? Qualcuno potrebbe ritener questo un artificio retorico, ma è indubbiamente capace di aprire uno scorcio sulla nostra libertà e responsabilità, come un belvedere psichico in cui il panorama si apre completamente attorno al nostro sguardo. Ancora una volta nella prospettiva in cui non siano le cose ma il nostro dialogo con esse il punto su cui dirigere il fascio della nostra luce.
Cosa possiamo offrire, porre innanzi nella nostra vita?
E se ci dedicassimo a coltivare con la massima cura una cosa in particolare?
I nostri sono giorni (ma è mai stato diverso?) in cui il Mondo, la storia, le nostre vite ci pongono davanti ad interrogativi enormi.
Ci sono domande dinnanzi alle quali rischiamo di soccombere in un tentativo di comprendere l’imperscrutabile o di estraniarci ignorandole o respingendole data la loro enorme portata.
Ancora una volta sono le parole di un grande maestro a poterci fornire qualche conforto e un lume per procedere nella giusta direzione quando il buio si fa denso.
Si tratta dell’immenso Rainer Maria Rilke e delle sue “Lettere a un giovane poeta”.
Tra il 1903 e il 1908 Rilke tenne una corrispondenza con il giovane scrittore Kappus, dove i temi della creazione artistica si intrecciano a quelli della vita.
In una di queste lettere, precisamente quella del 16 Luglio 1903 Rilke fornisce un consiglio di una profondità che tocca l’essenza stessa del vivere umano.
“[…] e io vi vorrei pregare quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e tentare di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perchè non le potreste vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse v’insinuate così a poco a poco, senz’avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta…”
“[…]Ich möchte Sie, so gut ich es kann, bitten, lieber Herr, Geduld zu haben gegen alles Ungelöste in Ihrem Herzen und zu versuchen, die Fragen selbst liebzuhaben wie verschlossene Stuben und wie Bücher, die in einer sehr fremden Sprache geschrieben sind. Forschen Sie jetzt nicht nach den Antworten, die Ihnen nicht gegeben werden können, weil Sie sie nicht leben könnten. Und es handelt sich darum, alles zu leben. Leben Sie jetzt die Fragen. Vielleicht leben Sie dann allmählich, ohne es zu merken, eines fernen Tages in die Antwort hinein.”
Vivere tutto, vivere le domande, senza cercare risposte rapide nel tentativo di evitare di sporcarci le mani con la terra calda e scura, con il dolore. Possiamo permetterci di non sapere. Conosciamo bene come questo possa essere il fondamento stesso della saggezza, a patto che sia un non-sapere consapevole.
Se dovessi scegliere un solo proposito, da ricordare e rinnovare ad ogni istante, sceglierei questo. Ed è precisamente in ogni istante che possiamo resettare qualsiasi cronometro, portare ogni lancetta sull’ora zero, cominciare.
Ricordo bene le parole di una persona a me cara, pronunciate durante un ritiro di meditazione, in uno degli spazi dedicati alla condivisione.
“Mi sono accorta di come ci siano alcune stanze dentro me, che risultano talvolta inaccessibili, non importa quale sia il motivo. Posso forse intuire cosa ci sia dietro la porta, ma non credo di doverlo sempre spiegare e capire analiticamente. Allo stesso modo non voglio negare che tali stanze ci siano, o fare finta di non vederle. C’è però una cosa diversa che posso fare…posso appoggiare la mia schiena sulla porta delle camere che ancora non mi è dato aprire, fermarmi e respirare, e perché no, anche sedermi comodamente e rimanere con il mio dorso a contatto con quelle stesse porte. Respirare, stare, sentire.”
Credo che questo sia il midollo del vivere la domanda.
Quindi auguro a tutti e tutte noi di concederci di vivere ogni domanda e avere pazienza verso quanto non è ancora risolto nel nostro cuore.
Buon Anno Nuovo.

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