Skip to main content

Tra il sesto e il settimo incontro del percorso mbsr si svolge una giornata di pratica intensiva, una sorta di breve ritiro silenzioso. Lo spazio di qualche ora, un primo assaggio di cosa comporti legare fra loro vari momenti di consapevolezza e di pratica formale custodendo il “nobile silenzio”.

Tutte le volte che guido questa giornata di pratica mi trovo ad essere colpito dalla potenza quasi rivoluzionaria che ha questa manciata di ore.

È un tempo in cui nulla accade, siamo chiamati e chiamate semplicemente ad essere, a riposare nel presente rendendo bianca la pagina della nostra agenda.

Ma quelle ore di vuoto sono piene di tutto.

Può sembrare scontato e retorico, ma nell’esperienza si trova che questa semplicità abbia una profondità quasi insondabile.

Oserei dire epidermica, alla stessa maniera secondo cui Paul Valery scriveva che “ciò che vi è di più profondo nell’essere umano è la pelle”.

Delicato, avvolgente, il silenzio eppure, tempestoso, permeante.

Un arresto previsto ma imprevedibile al ritmo dell’attività. Un passo verso il ritmo spontaneo del cuore.

Sondare un abisso che diventa esondante eppure si lascia accogliere.

Succede che quando ci fermiamo ci muoviamo allo stesso passo della vita.

Accade che con l’atto coraggioso di fermarci con ciò che è di momento in momento ritroviamo il nostro cuore (coraggio cor habeo, avere cuore), inteso anche come centro, come memoria di essere esseri umani. È un cuore tanto fisico quanto metaforico in tutte le sue aree semantiche, tanto spirituale quanto organico.

Fermarsi è un atto potente, un atto rivoluzionario. Lo ripete spesso Jon Kabat Zinn.

Ed è a portata. A portata di cosa, però? Di mano, di cuore, di respiro? Difficile a dirsi, perché pur essendo atto è una non-azione, una contro-azione sebbene non contrazione quanto piuttosto espansione.

Forse per questo ci riesce difficile, non abituale anche se habitat della nostra presenza.

Silenzio come casa in movimento, silenzio come quiete, quiete come non fare.

Non antitetico al movimento, sintetico al fluire.

Solo questo. E in “questo” vi è tutto.

Una battuta d’arresto per le aspettative, le pretese, le funi protese senza appiglio verso il futuro e le pietre ancorate al passato.

Vivere in contemporanea al cuore, senza anticiparne i battiti senza ricordarli.

Un aver cura che è già cura.