Negli ultimi giorni ho avuto la fortuna di portare sul palco uno spettacolo di storytelling e musica al festival Gorzegno Magica. Il tema era l’utopia. Ma mentre preparavo le parole e le canzoni, mi sono accorto che quello di cui stavo parlando non era tanto un concetto astratto, quanto una pratica quotidiana: l’ascolto.
Da poco ho incontrato una frase che mi ha colpito come un pugno:
“The first concern of all music in one way or another is to shatter the indifference of hearing, the callousness of sensitivity, to create that moment of solution we call poetry, our rigidity dissolved when we occur reborn—in a sense hearing for the first time.”
Lucia Dlugoszewski
La musica non serve unicamente a intrattenere, ma a spezzare l’indifferenza. A sciogliere la callosità dell’udito. A restituirci la possibilità di sentire come se fosse la prima volta. E allora, cosa ha a che fare tutto questo con l’utopia?
Paul Claudel ammoniva che “quando l’uomo cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando un molto rispettabile inferno”. La storia lo conferma: ogni volta che abbiamo tentato di costruire un sistema perfetto, totale, abbiamo finito per generare oppressione. Calvino, invece, ci offre un’altra strada. Alla fine delle Città invisibili scrive che l’inferno dei viventi è già qui, e che ci sono due modi per non soffrirne: accettarlo fino a non vederlo più, oppure cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. È da questa intuizione che nasce l’idea di un’utopia pulviscolare: non un luogo ideale da costruire una volta per tutte, ma frammenti sparsi di umanità, minuscole aperture che resistono dentro la vita quotidiana.
Dentro lo spettacolo a Gorzegno è apparsa una città invisibile: Audita. Una città che non ha mura né torri, ma solo orecchie. Ogni finestra è un timpano, ogni strada un silenzio in attesa. È la città che sorge quando ci fermiamo ad ascoltare davvero. E mentre raccontavo di Audita, il festival stesso sembrava prenderne le forme: una ragazza camminava sospesa su una fune, la luna intrecciava i suoi fili tra le mani dei grandi e dei bambini, le rovine del castello si accendevano di luce. Per un istante il borgo reale e la città immaginata si sono toccati: Gorzegno è diventata Audita. Forse l’utopia è proprio questo: un varco sottile che si apre tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, tra le pietre di un paese e le orecchie di una città che non esiste. Un attimo in cui il reale si lascia attraversare dall’ascolto e diventa possibilità.
José Saramago, nel Racconto dell’isola sconosciuta, ci ricorda che l’isola che non c’è non si trova sulle mappe, ma partendo. E che a un certo punto non è più l’isola a contare, ma la nave stessa che diventa isola. Così l’utopia non è mai un luogo da raggiungere, ma il viaggio stesso. È il passo che facciamo, il respiro che ci ancora, il gesto che ci restituisce alla vita.
Eppure ci sono luoghi che sembrano negare qualunque utopia. Il carcere, ad esempio, è un non-luogo: non è casa, non è piazza, non è scuola. Non appare nei disegni dei bambini, eppure è terribilmente presente. Ma proprio lì ho imparato che se nasce ascolto, nasce umanità. E se nasce umanità, allora nasce musica. Per un attimo anche il carcere, pur non essendo utopia, si apre: non come paradiso perfetto, ma come frammento di non-inferno.
Qui entra in gioco la mindfulness. Se l’utopia in Calvino è pulviscolare, allora ogni volta che ci fermiamo e abitiamo il momento stiamo già coltivando una forma di utopia. Non come promessa futura, ma come pratica presente. La mindfulness non ci porta in un altrove ideale: ci restituisce a questo respiro, a questo corpo, a questa voce, a questa relazione. È un esercizio di riconoscimento, un atto di fiducia: saper vedere ciò che non è inferno e dargli spazio.
E così l’utopia smette di essere un sogno lontano e diventa un atto possibile. Ogni volta che interrompiamo l’indifferenza e ascoltiamo profondamente, ogni volta che il silenzio si fa musica e l’attenzione diventa comunità. Non credo più a un’utopia da costruire una volta per tutte. Credo a una utopia minuta, fatta di respiri, di passi, di incontri. Una polvere sottile che si posa sulla vita quotidiana.
E forse la domanda non è più “dove si trova l’utopia?”, ma “quando scelgo di ascoltare?”. Perché ogni volta che ci fermiamo e abitiamo il momento presente, la città invisibile appare, la musica rompe l’indifferenza, e l’utopia diventa qui. Ora. Insieme.
Qui. Ora. Insieme: la forma più semplice dell’utopia.
